22 Giugno 2018

“LE CITTA’ COME I SOGNI SONO FATTE DI DESIDERI E DI PAURE” … La Strada Parking di Pescara

La vicenda trentennale

Trent’anni fa la dismissione della vecchia linea ferroviaria che tagliava in due la città donò a Pescara un’opportunità meravigliosa: disporre del vecchio tracciato ferroviario per un utilizzo pubblico. La nuova strada che si venne a realizzare fu denominata “Via Castellamare Adriatico”, ma tutti la ribattezzarono “Strada Parco” per la rigogliosa presenza di piante ed alberi ai suoi lati, ma soprattutto per il ruolo identificativo che venne fin da subito ad assumere, diventando meta privilegiata di pedoni, ciclisti, anziani e bambini.  Come in una metamorfosi ovidiana la linea che divideva si stava trasformando nell’asse che unificava.

La vicenda si cominciò a complicare, quando nei primi anni novanta le amministrazioni comunali di Silvi, Città S. Angelo, Pescara e Francavilla ottennero un finanziamento di circa 60 miliardi di lire per la realizzazione di un sistema metropolitano di filobus pubblici su sede protetta e la Strada Parco fu individuata come possibile tracciato. È in quel momento che iniziarono le prime manifestazioni di dissenso da parte dei cittadini che in breve tempo si organizzarono in comitati allo scopo di opporsi al progetto. Il conseguimento del finanziamento e le successive modifiche al progetto originario, determinate in parte da oggettive condizioni di irrealizzabilità e in parte dalle proteste dei cittadini, diedero luogo ad una successione di scelte amministrative che alla prova dei fatti si sono rilevate inefficaci se non addirittura contraddittorie, prova ne sia che dopo trent’anni la questione della Strada Parco è ancora aperta.

Sarebbe interessante sgomberare il campo dai pregiudizi e analizzare scientificamente i motivi che hanno trasformato l’acquisizione di un finanziamento pubblico da un fattore di merito ad un problema collettivo, generando un forte effetto NIMBY e determinando un impasse politico che da allora è divenuto una costante spina nel fianco delle amministrazioni pubbliche di ogni colore che si sono succedute in città.  E’ come se il complesso iter amministrativo per l’ottenimento del finanziamento avesse gradualmente allontanato le soluzioni ideali (da un punto di vista sociale), dalle soluzioni possibili (da un punto di vista tecnico-politico), facendo rientrare questo caso di studio tra gli esempi poco virtuosi di utilizzo di fondi pubblici.

Oggigiorno le questioni sul tappeto sono almeno due: l’utilizzo della strada parco nell’immediato ed il suo ruolo nel sistema urbano di mobilità sostenibile nel medio-lungo periodo.

Strada Parking?…

Come ogni anno con la stagione estiva gli amministratori pubblici pescaresi sono chiamati a dare una risposta su come soddisfare la bulimia di parcheggi per raggiungere gli stabilimenti balneari soprattutto da parte dei residenti nella cintura collinare metropolitana.  L’amletico dubbio è sempre lo stesso: utilizzare o meno la strada parco come parcheggio estivo a pagamento.  I proprietari degli stabilimenti balneari spingono verso questa soluzione; i comitati della strada parco e le associazioni ambientalistiche si oppongono. Siccome ambedue le fazioni rappresentano bacini elettorali consistenti, gli amministratori non sanno che pesci prendere. Ed è proprio questo il punto: avere chiare le idee sul modello di città che si vuole perseguire.

E’ evidente che non ci possano essere soluzioni ottimali in assoluto, ma che la bontà delle decisioni sia in relazione alle priorità che si vogliono assumere.  Si ha come obiettivo facilitare l’accessibilità dell’auto privata ai principali poli di attrazione economica della città? Allora va bene la “strada parking”!  Si vuole perseguire un’idea di città ecosostenibile basata su un sistema di “soft mobility”? Allora le auto sulla strada parco non sono accettabili!  In ambedue le opzioni però bisogna comprendere bene vantaggi e svantaggi, progettare soluzioni sistematiche adeguate (a breve e a lungo termine) e operare uno sforzo comunicativo che possa far comprendere le strategie adottate contribuendo a modificare le abitudini e i comportamenti dei cittadini.  Ma soprattutto bisogna pensarci in tempo e non considerare il problema solo in fase emergenziale (che anche quest’anno sarebbe arrivata l’estate penso si potesse prevedere…!).

… No grazie!

La mia posizione personale sull’argomento, è netta: ritengo un errore trasformare la strada parco in un parcheggio, seppur temporaneo, perché significa non aver compreso l’enorme fortuna che ci è capitata a seguito della defunzionalizzazione del vecchio tracciato ferroviario.  Pescara e Montesilvano  grazie a quella dismissione si sono trovate in mano – come fosse piovuto dal cielo – un corridoio ecologico potenziale di livello internazionale paragonabile ad altri esempi di greenway europee.  Se si hanno esigenze, comprensibilissime, di aumentare la dotazione di parcheggi estivi per facilitare un bacino di utenza che va ad alimentare le attività economiche balneari, si possono mettere in campo soluzioni alternative.  Mi pare che alcune proposte in tal senso ci siano state, ad esempio quella di organizzare un servizio di bus navetta (meglio sarebbe se fossero elettrici e di piccole dimensioni… ma per adesso accontentiamoci!) che percorrendo la strada parco in un’unica direzione di marcia da sud a nord formino un anello con il lungomare collegando le spiagge ai parcheggi scambiatori (in primo luogo la aree di risulta della stazione, ma io direi anche i parcheggi delle Naiadi, quello della Stella Maris e del cinema multisala di Montesilvano, e forse anche altri).  Ci si potrebbe addirittura spingere oltre e dire che si potrebbe pensare che il senso unico di percorrenza dell’anello dei bus navetta potrebbe invertirsi nell’arco della giornata in ragione dell’origine-destinazione dei flussi di traffico, per aumentare la velocità commerciale del servizio… ma non esageriamo.  In ogni caso ciò consentirebbe alla strada parco di poter mantenere il suo ruolo primario di corridoio verde per pedoni e ciclisti garantendo al tempo stesso la possibilità di un trasporto pubblico adeguato e compatibile con le caratteristiche del tracciato.

Desideri e paure

Vi invito a seguirmi in un ragionamento.  La risposta tradizionale alla richiesta di migliorare l’accessibilità ai centri urbani è sempre stata l’aumento dell’offerta di infrastrutture:  più strade, più parcheggi.  In questo modo le politiche urbanistiche italiane hanno governato il boom economico del dopoguerra dando inizio alla stagione delle grandi opere infrastrutturali e dei grandi piani di espansione delle città.  Oggigiorno però le condizioni sono radicalmente cambiate e l’equazione “più infrastrutture = meno traffico” non torna più!  Ci si è resi conto che superata una certa soglia nell’utilizzo dell’auto privata, la necessità di infrastrutture non aumenta più in modo lineare, ma in modo esponenziale e quindi la corsa al soddisfacimento della domanda può diventare una corsa surreale che vede continuamente spostarsi in avanti la linea del traguardo.  In pratica una maggiore disponibilità di infrastrutture e di parcheggi induce un maggior utilizzo dell’auto privata: il gatto che si morde la coda!

La maggiore sensibilità verso le tematiche ecologico ambientali, la grande sfida alle cause dei cambiamenti climatici, i costi (non solo in termini economici) dei sistemi di mobilità tradizionale, hanno reso necessario un cambio di paradigma nei trasporti e nelle modalità di accesso della maggior parte delle capitali occidentali.  A Copenhagen, Amsterdam, Strasburgo i sistemi alternativi pubblici e privati per il tragitto casa-lavoro sono di gran lunga più diffusi dell’utilizzo dell’auto privata.  A nessun abitante di NY verrebbe in mente di andare a Manhattan in auto!  A Londra si progettano grattacieli come lo Shard di Renzo Piano che attraggono decine di migliaia di persone al giorno, ma non prevedono posti auto.

E’ ovvio che ciò sia possibile perché in queste città vi è un servizio pubblico di trasporto performante e vi sono reti ciclopedonali integrate che possono effettivamente considerarsi concorrenziali all’utilizzo del mezzo di trasporto privato.  Ma l’esperienza ci dice che questi modelli (che sono culturali prima ancora che infrastrutturali) saranno molto probabilmente adottati anche da noi: è solo una questione di tempo e di ricambio generazionale.  Perché ciò sia possibile è necessario però che fin da ora i  sistemi di trasporto pubblico siano incentivati e al tempo stesso sia disincentivato l’utilizzo dell’auto privata.  I comportamenti virtuosi devono essere indotti da politiche virtuose capaci di attenuare le iniziali resistenze al cambiamento insite nella natura umana attraverso alternative valide, strategie convincenti e campagne comunicative efficaci.

Insomma… anche in questo caso siamo chiamati ad un salto culturale, non certo indolore, rispetto a dei comportamenti consolidati.   Ma come scriveva Calvino “le città come i sogni sono fatte di desideri e di paure, che noi possiamo affrontare avendo ben chiara la meta da raggiungere!  E qui – ahimè – ritorniamo al punto di partenza: quale idea di città vogliamo perseguire?

Nell'immagine di copertina: la "strada parking" in versione estiva. Qui sopra la strada parco come si presenta normalmente.
La strada parco in una insolita veste invernale con la neve.
Il Messaggero 30.06.18
www.primadanoi.it - 25.06.18
FEATURED
12 Settembre 2025

IL FUTURO E’ GIA’ QUI: riflessioni sull’Intelligenza Artificiale applicata alle città

L’intelligenza artificiale sta ridisegnando le città. La sfida è culturale oltre che tecnologica.

Sono stato intervistato da TV6, dove ho presentato i mio nuovo libro “Hypercity: intelligenza artificiale e città del futuro” pubblicato da FrancoAngeli.

Nell’intervista abbiamo parlato di:

  • IA e trasformazioni urbane
  • Il rovescio della medaglia dell’IA
  • Le applicazioni IA alla scala locale

Ecco il video completo dell’intervista

26 Agosto 2025

GAZA: LA RESPONSABILITÀ DI ROMPERE IL SILENZIO

Sul mio blog, in tutti questi anni, mi sono imposto di non affrontare temi politici.

È stata una scelta, un confine tracciato con rispetto, anche e soprattutto in considerazione del mio ruolo in Università. Rappresento un Dipartimento di un centinaio di persone, all’interno di un Ateneo di grandi dimensioni, un microcosmo di intelligenze, sensibilità e visioni del mondo diversificate. Il mio compito è tutelare questo spazio di dialogo e di studio, garantendo che sia un luogo dove ogni opinione possa sentirsi rispettata.

Oggi, però, sento che quel silenzio non è più una scelta responsabile. È diventato, mio malgrado, una forma di assenso. E di fronte a ciò che sta accadendo a Gaza, il silenzio non è più un’opzione.

So bene – purtroppo – che nel mondo esistono decine di conflitti bellici dimenticati, sepolti negli angoli remoti del pianeta, lontani dai riflettori dell’opinione pubblica. Questo non rende la loro tragedia meno importante, ma al contrario ci obbliga a una riflessione: quando la Storia bussa alla nostra porta e ci guarda negli occhi, non possiamo girarci dall’altra parte.

Nel caso di Gaza è doveroso e imprescindibile ricordare l’orrore del 7 ottobre. Il raid di Hamas, gli atti sanguinosi, abominevoli e imperdonabili contro civili innocenti, la strage, gli ostaggi, sono una ferita nella coscienza dell’umanità. Nulla può cancellare quel trauma.

Tuttavia, assolutamente nulla può giustificare la risposta spropositata che il governo Netanyahu sta mettendo in atto da mesi sulla popolazione di Gaza.

Mentre il mondo per lo più distoglie lo sguardo, sullo sfondo del timido bisbiglio delle diplomazie europee e del tacito consenso dell’amministrazione Trump, si sta consumando una catastrofe umanitaria di proporzioni bibliche.

Stiamo parlando di bombardamenti che radano al suolo interi quartieri, di migliaia di civili innocenti uccisi, di deportazioni di massa, di una generazione di bambini sepolta sotto le macerie delle proprie case e delle proprie scuole. Stiamo parlando di giornalisti uccisi mentre cercano di documentare l’orrore.

Ma non si uccide solo con le bombe.

Le dichiarazioni sempre più allarmate delle Nazioni Unite ci dipingono uno scenario agghiacciante per i prossimi mesi: carestia diffusa, epidemie che si propagheranno in un sistema sanitario annientato, donne e bambini che muoiono per fame e per ferite che non possono essere curate. È una condanna a morte lenta, metodica, pianificata, per un intero popolo. E’ l’uso della fame come strumento di guerra.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso (almeno il mio) è stata vedere le immagini vergognose che riducono Gaza a una operazione immobiliare e – proprio ieri – i fake reportage di pseudo influencer che tentano di negare l’evidenza della carestia, sfidando persino i rapporti ONU. È la beffa dopo il danno, la manipolazione della realtà dopo la distruzione.

Dobbiamo ricordare che la storia tormentata di quei territori non inizia il 7 ottobre. Le radici di questo conflitto affondano in decenni di occupazione, in intricate questioni religiose ed economiche. È un quadro complesso, che va letto all’interno di una situazione geopolitica aggrovigliata da decenni.

Ma la complessità non deve paralizzarci.

Le poche, tremende immagini che filtrano sono sufficienti a farci comprendere che esiste un disegno preordinato che va ben oltre la legittima difesa e la liberazione degli ostaggi. Si intravede l’ombra dello sterminio di un popolo, dell’azzeramento definitivo dell’opzione “due popoli, due stati”, della cancellazione della Palestina dalla mappa e dalla storia.

Di fronte a tutto questo, io non riesco più a tacere.

MAI PIU’! quante volte l’abbiamo ripetuto studiando la storia del Novecento. Eppure, oggi, sotto i nostri occhi, l’orrore si ripete. In situazioni di questo tipo delegare il nostro pensiero ai rappresentanti politici non è più sufficiente, anzi è necessario smuoverli dal loro attendismo. Tocca a noi cittadini, intellettuali, docenti, studenti, lavoratori, madri e padri, alzare lo sguardo e dire: BASTA!

Dobbiamo farlo mettendoci la faccia, per alimentare una speranza, per dire al mondo che, nonostante tutto, crediamo ancora che ci possa essere un futuro. Un futuro di dignità, di diritti e di pace per tutti.

 

 

 

20 Agosto 2025

Adriana Carnemolla, una vita per l’architettura e per la comunità

E’ venuta a mancare Adriana Carnemolla, docente del Dipartimento di Architettura dell’Università “Gabriele d’Annunzio”, in quiescenza da alcuni anni. Con lei se ne va un pezzo della nostra storia accademica e cittadina.

Pescarese doc, fu una delle prime matricole della neonata Facoltà di Architettura di Pescara (si dice la 30esima) e visse in prima persona la stagione straordinaria degli anni della Tendenza, quando in città approdarono figure importanti dell’Architettura come Aldo Rossi, Antonio Monestiroli, Giorgio Grassi, Agostino Renna, Uberto Siola. Era parte di quel piccolo gruppo di pionieri che fecero della neonata Facoltà un laboratorio di idee, di scoperte e di confronto continuo tra studenti e maestri. Le sue parole, in una vecchia intervista ad una rivista studentesca, restituiscono bene quell’atmosfera: “Le lezioni dei Maestri erano attese come le prime di importanti film… frequentare la facoltà in quel periodo fu una avventura meravigliosa”.

Dopo gli anni della formazione e della collaborazione con i grandi nomi della Scuola, Adriana intraprese un lungo percorso di insegnamento, legando il suo nome in particolare alla Scenografia, disciplina che interpretò in senso progettuale e laboratoriale, coinvolgendo studenti ed esperti in un lavoro appassionante e condiviso. Con lei questa materia trovò una voce unica a Pescara, e dalla sua quiescenza nessuno più la riprese.

Ma Adriana non è stata solo una docente rigorosa e preparata. Chi l’ha conosciuta ricorda la capacità di creare comunità: viaggi, cene, incontri, momenti di vita che univano studenti e professori ben oltre le aule universitarie. “Siamo stati una piccola comunità molto coesa”, ha scritto sui social un suo ex collega, “e tu sapevi fare gruppo e aggregare, rappresentando una pescaresità autentica e mai provinciale, capace di aprirsi al mondo”.

La sua vita, intensa e non priva di dolori profondi, è stata segnata da una passione civile e culturale che ha dato molto alla nostra Facoltà e alla città di Pescara.

Oggi il Dipartimento di Architettura la ricorda con gratitudine e affetto, per i suoi modi gentili, la finezza intellettuale e la capacità di rendere l’Università non solo un luogo di studio, ma una esperienza collettiva di vita, cultura e relazioni.

Il Centro 21.08.25
Il Messaggero 22.08.25
3 Agosto 2025

IN RICORDO DI CARLO POZZI

Questa mattina ci siamo svegliati con una notizia che mai avremmo voluto ricevere: Carlo Pozzi ci ha lasciati.

Carlo è stato professore del nostro Dipartimento di Architettura di Pescara, che ha guidato come Direttore dal 2012 al 2014, negli anni difficili della trasformazione dalle Facoltà ai Dipartimenti a seguito della riforma Gelmini. Un compito non semplice, che ha svolto con la sua consueta serietà e con il senso di responsabilità che lo ha contraddistinto.

Quando la notizia si è diffusa, siamo usciti dai nostri uffici e ci siamo ritrovati spontaneamente negli spazi al piano terra: docenti, studenti, personale amministrativo. Un momento di raccoglimento, di pensieri, di ricordi che ognuno di noi ha portato raccontando un frammento di vita condivisa con Carlo.

Nel suo percorso di ricerca Carlo ha sempre guardato con amore alla sua città, Pescara, ma è stato anche un cittadino del mondo: ha lavorato in Africa e in Sudamerica, ha portato colleghi e studenti nelle favelas di San Paolo o di Nairobi, insegnando con l’esempio che l’architettura non è solo forma e bellezza, ma anche giustizia, dignità, vita delle comunità.

Premi, riconoscimenti, menzioni d’onore non gli sono mancati, ma chi lo ha conosciuto sa che il vero premio che ha portato in Dipartimento è stato lui stesso: un intellettuale rigoroso, un docente appassionato, un uomo capace di unire fermezza e delicatezza. Dietro un’apparente ruvidità, c’era una persona profondamente umana, attenta, innamorata del suo lavoro di insegnante e della sua professione di architetto.

Oggi tutto il nostro Dipartimento si stringe, con discrezione e profondo affetto, intorno alla sua famiglia: a Daniela, a Francesco e a Marcello. Nel dolore della perdita, rimane il ricordo luminoso di una delle figure più significative della nostra comunità accademica.

18 Luglio 2025

CONCLUSI I LABORATORI DI LAUREA 2025 DEL DIPARTIMENTO DI ARCHITETTURA DI PESCARA

Il 9 e il 18 luglio c’è stata la discussione delle tesi di laurea del Dipartimento di Architettura.

Sono state presentate le tesi dei Corsi di Laurea di Scienze dell’habitat sostenibile,  di Architettura e di Design.

Alla presenza del Rettore c’è stata anche la presentazione delle tesi di Laurea che hanno riguardato il progetto di ampliamento del Campus di Pescara.

Un vero e proprio evento che ha segnato una tappa importante nel percorso partecipativo per il progetto del nuovo Campus universitario di Pescara, avviato con la Summer School di settembre 2024, proseguito con incontri pubblici e tavoli di lavoro con istituzioni, studenti, professionisti e stakeholders, e culminato nella presentazione del Masterplan lo scorso dicembre presso l’Aurum.

Fino a pochi anni fa sembrava il sogno di pochi visionari, adesso sta cominciando a diventare una realtà che appartiene a tutti.

Oltre alla discussione delle tesi, l’appuntamento è stato anche un momento di festa per i laureandi e le loro famiglie, con la proclamazione dei neodottori in Architettura, e con l’immancabile emozione che ha pervaso tutti noi, familiari, accademici, cittadini, a testimonianza dell’importante ruolo attivo che l’Università può avere nella società e nel territorio di appartenenza.

Di seguito sono pubblicate alcune immagini dell’evento che riportano il clima che c’è stato: istituzionale, partecipato, aperto e soprattutto… emozionante!

Questa è l’Università che ci piace!

Il Messaggero 17.07.25

CREDITS:

I laureandi che hanno partecipato alla sessione estiva del Laboratorio di Laurea 2025 del Dipartimento di Architettura di Pescara e che hanno elaborato i progetti sul campus da cui sono state estratte le immagini riportate in questo articolo sono:

CARDINALE Giorgia, FERRARI Enrico, DE CESARE Sara, MARGIOVANNI Alessandro, MUTIGNANI Marta, MICHELUCCI Mariarita, MARIANI Lorenza, VESPA Valentina, CANDIGLIOTA Vincenzo, SALVATO Angelo.

I laureandi che hanno partecipato alla sessione estiva e che hanno elaborato i progetti di rigenerazione urbana e valorizzazione territoriale sono:

PETACCIA Pierluigi, PETRINI Luca, SFAMURRI Melissa, BOZZI Ilaria, SANTORO Cristian, ZEGA Alessandro, GIFFI Davide, SIMEONE Alessandra, SANVITO Pierpaolo Gabriele, DE ROSA Michela, MARINI Paola, PAOLINI Vittoria, PASSARELLA Valery, SPAGNA Elisa, CUPIDO Giada, CONTINILLO Domenico, BOTRUGNO Agnese, CAFAGNA Francesca, GIANCATERINO Luca, PASCUCCI Arianna, PIOMBO Erica.

Relatori i proff: Calabrese, Carbonara, Clemente, D’Avino, Ferrini, Fiadino, Fusero, Giannantonio, Mastrolonardo, Misino, Prati, Rovigatti, Serafini, Ulisse, Verazzo.

3 Luglio 2025

ABBRACCI & BACI PARTY 2025 – TRA VINO, CUCINA E ARCHITETTURA

Chi segue questo blog sa che, di norma, lo utilizzo con misura, non pubblico molto e gli argomenti che tratto sono di norma (“noiosissimi”) legati al mio lavoro accademico, all’urbanistica e alle riflessioni che ne scaturiscono. Raramente mi concedo di deviare verso temi più leggeri.

Ebbene, questa è una di quelle rare eccezioni.
Perché quando si tratta della festa universitaria di fine corso, il mio blog diventa anche spazio di condivisione, di racconti e – perché no – di sano “cazzeggio”.

Un appuntamento diventato tradizione

Martedì 8 luglio 2025 con i colleghi Susanna Ferrini e Carlo Prati – che hanno tenuto il corso di Composizione Architettonica 2, mentre io mi sono occupato di Urbanistica 2 – ci ritroveremo insieme ai nostri 120 studenti per celebrare la fine di un biennio intenso, complesso ma, credo, anche fruttuoso.

Mi sento di dire che gli obiettivi formativi che ci eravamo dati sono stati raggiunti. Da parte di tutti – studenti e docenti – c’è stato impegno, serietà, fiducia reciproca. Abbiamo mantenuto il nostro tacito “Gentlemen’s Agreement”. E ora, è giusto festeggiare.

Abbracci & Baci Party 2025: tra cucina, vino e architettura”

La festa ha un ingrediente al centro dell’attenzione. Anzi, molti ingredienti: quelli del concorso eno-gastronomico “Studentesse e studenti ai fornelli”, un momento ormai iconico della nostra chiusura d’anno accademica.

Un’occasione per unire tre grandi passioni: la cucina, il vino e l’architettura. E per trasformare i Laboratori al piano terra del Polo Micara in un palcoscenico di sapori, ricette, storie della tradizione.

Tutti i nostri studenti sono invitati a partecipare! L’unica regola? Cucinare!

  • un piatto tipico della propria regione
  • un dolce della tradizione
  • oppure portare una bottiglia di vino locale (per i più prudenti ai fornelli)

Il piatto lo preparerete a casa e poi lo porterete in facoltà per il contest (e la degustazione). La giuria che valuterà tutte le proposte in gara, sarà composta da personaggi prestigiosi del mondo dell’enologia, della cucina, del giornalismo e un sindaco emerito: Manuela Corneli, Federico Cieri, Lilli Mandara e Marco Alessandrini.

Le categorie in concorso:

  • Originalità
  • Territorialità
  • Miglior dolce
  • Piatto migliore in assoluto
  • Miglio vino tipico in abbinamento ai piatti (nuova categoria 2025!)

Naturalmente, il concorso è aperto anche agli studenti Erasmus, che potranno farci scoprire qualcosa della loro cucina nazionale. Ogni piatto è benvenuto, l’unico limite: la commestibilità!  Chi non si sente adeguato sotto questo aspetto può chiedere aiuto in famiglia.

Ah, dimenticavo… chi non cucina, rassetta. Ma festeggia lo stesso!


PROGRAMMA – Martedì 8 luglio 2025 ore 12:30

Laboratori piano terra edificio Micara

12:00-12:30 – Allestimento aula e disposizione dei piatti
12:30 – Arrivo degli studenti dopo la proclamazione dei voti di Composizione
12:45-13:00 – Presentazione della Giuria
13:00-14:00 – Rassegna Culinaria Regionale “Studentesse e studenti ai fornelli”
14:00-14:30 – Saluti, abbracci, qualche lacrimuccia e… sistemazione finale dell’aula


#Abbracci&Baci2025 #StudenteAiFornelli #FestaUniversitaria #Architettura #FineAnnoAccademico #Urbanistica #Composizione #StudentLife #UdA

Il Messaggero 10.07.25
28 Giugno 2025

PROBLEMI E PROSPETTIVE DELL’UNIVERSITA’

Il 27 giugno a Napoli si è tenuta la Conferenza Universitaria Italiana di Architettura (CUIA) dove si riuniscono tutti i Direttori dei Dipartimenti di Architettura, Urbanistica e Design d’Italia per analizzare problemi e prospettive dell’Università italiana dal punto di vista delle discipline del progetto. Nel corso dell’evento è stato presentato il White Paper che contiene la posizione della CUIA  riferita alle prospettive delle tre missioni universitarie: didattica, ricerca e terza missione.  A me è stato affidato il compito di occuparmi di ricerca in questo particolare momento in cui le Università italiane si trovano tra l’incudine della riduzione dei finanziamenti pubblici e il martello di sistemi di valutazione sempre più farraginosi.

Di seguito il contenuto testuale del mio contributo.

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L’illustrazione dei contenuti del White Paper elaborato dalla CUIA e oggi messo a disposizione della comunità scientifica nazionale, inizia con il mio intervento. A me in particolare è stato affidato il compito riflettere sul tema della RICERCA.

Mi fa piacere incominciare questa mia relazione citando l’incipit del recente libro di Tomaso Montanari “Libera Università” edito da Einaudi: “Il momento non è qualunque“. Ed in effetti questo non è un momento qualunque, ma è un tempo che potremmo definire di crisi permanente – climatica, sociale, geopolitica, democratica –  in cui, inaspettatamente, l’Università è tornata al centro del dibattito politico mondiale.  Ma non per ciò che rappresenta o produce, ma per ciò che minaccia o smentisce!

In questi mesi i nostri campus sono stati in fermento. Studentesse e studenti, con a fianco i loro docenti, hanno messo in evidenza tematiche importanti: prima la questione climatica, poi il diritto allo studio, ora la pace minacciata dai folli venti di guerra di questi giorni. E’ un segnale potente, che ci ricorda quanto l’Università sia ancora percepita come luogo simbolico e concreto di elaborazione critica e di mobilitazione etica.

Contro questo risveglio si è alzato, tuttavia, un rigurgito populista e autoritario. In molte democrazie – più o meno consolidate – si sta registrando un attacco sistemico all’Università e alla sua autonomia. Negli Stati Uniti, con l’amministrazione Trump, si sta assistendo a un’esplicita delegittimazione delle istituzioni accademiche, accusate di “elitismo ideologico” e sottoposte a tagli ai finanziamenti, limitazioni ai visti per studenti stranieri e pressioni politiche. In Ungheria, il governo Orban ha imposto controlli sulle nomine accademiche e costretto, di fatto, molti docenti all’esilio. In Turchia, il presidente Erdogan ha operato trasferimenti di massa del corpo docente e imposto i Rettori in diverse Università.

Perché accade tutto questo?

La risposta è semplice, quanto drammatica: le Università danno fastidio.  Sono, per loro natura, luoghi della complessità, del pensiero critico, dove maturano riflessioni divergenti dal pensiero dominante.  In un tempo in cui si esige semplificazione, conformismo e luoghi comuni, il libero pensiero rappresenta un ostacolo. Nel nostro Paese, per fortuna, non si registrano – almeno finora – derive così eclatanti, ma sarebbe un grave errore cullarci in questa fragile normalità. L’Italia continua ad essere tra i Paesi europei che meno investono in istruzione universitaria: appena lo 0,6% del PIL, contro una media europea dell’1%.  E non è un dettaglio: è la misura di una disattenzione strutturale e prolungata nel tempo! Gli effetti sono noti: precarizzazione delle carriere, fuga dei cervelli, innalzamento dell’età media dei docenti, scarsa attrattività internazionale, limitata autonomia finanziaria.

Le Università, schiacciate tra la riduzione del Fondo di Finanziamento Ordinario e la crescente pressione dei sistemi valutativi sempre più farraginosi, si trovano costrette a operare scelte difficili: rallentamento del turn over, tagli interni anche per le attività ordinarie, aumento delle tasse universitarie. Oppure si vedono costrette a intraprendere l’opzione salvifica: la ricerca di fondi esterni.

E qui veniamo al tema centrale di questo mio intervento: il fundraising come necessità, ma anche ambiguità.

In tutti i Dipartimenti italiani si è ormai instaurata una vera e propria cultura del bando.  Non si tratta più solo di “eccellenza”: si tratta di “sopravvivenza”! La ricerca competitiva è diventata condizione necessaria non solo per finanziare progetti innovativi, ma anche per coprire le spese ordinarie come missioni, pubblicazioni, seminari, eventi, … In questo senso, la stagione dei finanziamenti straordinari – dal Next Generation EU al PNRR – ha rappresentato un’importante boccata d’ossigeno, ma ha condizionato pesantemente i comportamenti all’interno dei gruppi di ricerca.

Naturalmente non voglio dimenticare gli aspetti positivi che la ricerca competitiva porta con sè, oltre a quelli economici: migliora la capacità di lavorare in gruppo, di fare rete, aumenta il coinvolgimento dello staff amministrativo. Ma bisogna anche considerare che questo slancio verso il fundraising ha prodotto effetti collaterali importanti, che meritano la nostra attenzione critica.

Analizziamoli per punti.

  1. Ampliamento dei divari

Il primo effetto collaterale è l’accentuazione dei divari interni al sistema universitario:

  • Divari generazionali: i più giovani, nativi digitali e “nativi da bando”, si muovono con maggiore agilità nella progettazione competitiva. I colleghi più anziani, formatisi in un contesto differente, appaiono disorientati.
  • Divari geografici: le Università collocate in contesti territoriali forti, con economie dinamiche e reti consolidate, risultano più competitive rispetto a quelle del Centro-Sud.
  • Divari strutturali: alcune sedi riescono a fare della ricerca un pilastro identitario; altre, pur con ammirevole dignità e profonda dedizione, faticano a mantenere livelli adeguati di didattica. Questo riapre la discussione – mai neutra – sui modelli: teaching university vs research university.
  • Divari disciplinari: settori come medicina o ingegneria sono naturalmente predisposti alla raccolta di fondi esterni. Altri, come le scienze umane, risultano marginalizzati. Noi architetti ci troviamo in una posizione intermedia.
  1. Sovraccarichi di lavoro

La ricerca competitiva comporta fasi complesse: scouting dei bandi, formazione dei partenariati, scrittura progettuale, fino ad arrivare alla famigerata rendicontazione. Tutto questo grava non poco su un corpo docente già saturo di impegni in attività didattiche e scientifiche, ma anche su un personale tecnico-amministrativo spesso sottodimensionato, quasi sempre inadeguatamente formato (sono stati assunti con altre mansioni), e non di rado con età media prossima al pensionamento.

  1. Deriva aziendalistica

La logica del fundraising modifica, anche inconsapevolmente, le traiettorie di ricerca. Si orientano le scelte verso ciò che è finanziabile, non necessariamente verso ciò che è rilevante per l’avanzamento della conoscenza. I giovani ricercatori crescono in un sistema che li induce a selezionare temi spendibili. I bandi europei – quando virtuosi (e non sempre lo sono) – premiano sfide cruciali come la transizione ecologica, digitale, la coesione sociale. Ma in tanti casi, le agende dei finanziamenti sono dettate da logiche meno comprensibili, e l’attenzione viene posta più sulla tabella excel dei punteggi da raggiungere, piuttosto che sull’utilità scientifica o sociale della ricerca da applicare. Quante volte si sono ottenuti dei finanziamenti per la realizzazione di opere che si sono poi rivelate inutili se non addirittura dannose per gli stessi promotori (es. spese di gestione) o per i contesti urbani dove sono collocate?

Il rischio, dunque, quale è? L’abbandono dei temi non “bancabili”, semplicemente perché non hanno mercato. Lo sappiamo bene. Chi oggi finanzierebbe, ad esempio, una ricerca sulla suddivisione del comparto edificatorio nelle Norme Tecniche di Attuazione dei PRG? (non è una citazione a caso: è la mia tesi di dottorato!). Eppure, anche questi temi, apparentemente marginali, rappresentano un tassello fondamentale nella costruzione  del sapere.

Conclusione

Non voglio concludere dicendo che la ricerca di finanziamenti esterni a quelli ministeriali sia il male assoluto da cui doversi difendere, è evidente che non sia così. Io stesso, nel mio ruolo di Direttore di Dipartimento, incito i miei colleghi al fundraising. Ma non è accettabile neppure la narrazione secondo la quale sia la soluzione miracolosa a cui tutti noi dobbiamo immolarci! Serve un atteggiamento consapevole. Un atteggiamento che non rinunci alle opportunità della progettazione competitiva, ma che non dimentichi i suoi effetti distorsivi. Bisogna pretendere che l’Università venga sostenuta adeguatamente dai fondi pubblici e che il fundraising esterno sia una componente aggiuntiva e non predominante per il funzionamento della complessa macchina della ricerca universitaria. Non possiamo accontentarci dei Dipartimenti di Eccellenza, gli unici ad essere finanziati in modo strutturale per sostenere tutte le componenti della ricerca universitaria, e neppure possiamo affidarci solo alla selezione “darwiniana” della competizione tra le sedi o addirittura tra i settori disciplinari.

Dobbiamo difendere – e pretendere – un investimento strutturale diffuso nel sistema universitario. Non solo in termini economici, ma anche di visione: programmazione, reclutamento, supporto amministrativo, valorizzazione delle diversità disciplinari. Dobbiamo rivendicare, con forza, il ruolo dell’UNIVERSITA’ PUBBLICA come presidio di libertà. E non dobbiamo lasciarci ipnotizzare da quel “mantra” che ci viene continuamente ripetuto: “non ci sono risorse, dovete cercarvele fuori.”

Ok va bene lo faremo, ma ricordiamoci che questo è il modello anglosassone d’oltreoceano fondato su grandi fondazioni, alumni multimilionari, una connessione strettissima tra Università, industria e potere economico. Facciamo attenzione perché in questo momento in cui l’Occidente sembra orientarsi acriticamente verso un aumento imponente delle spese militari, non vorrei che ciò giustificasse – magari tra qualche tempo – da un lato il perpetuarsi delle ristrettezze del finanziamento pubblico, e dall’altra l’ineluttabilità della ricerca orientata sulle tematiche belliche, quelle sì lautamente finanziate dalle multinazionali della guerra (a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca!).

Noi abbiamo una storia diversa!

Una storia che parla di sapere pubblico, di accessibilità, di pluralismo, di inclusione. Se esiste uno stile di vita europeo, molto si deve a questa matrice culturale, che è nata ed è stata custodita gelosamente proprio dalle nostre Università pubbliche.

A noi, dunque, il compito di continuare a difendere questo bene prezioso!

5 Giugno 2025

PROGETTO DI AMPLIAMENTO DEL CAMPUS DI PESCARA: TERZO INCONTRO CON GLI STAKEHOLDERS

Giovedì 5 giugno si è tenuto presso il Dipartimento di Architettura di Pescara il terzo incontro didattico di partecipazione con gli Stakeholders del progetto di ampliamento del Campus di Pescara.

L’incontro è servito per verificare lo stato di avanzamento delle idee progettuali in fase di elaborazione all’interno dei Laboratori di Laurea dove sono attualmente impegnati decine di studenti e docenti dell’area Politecnica dell’Università G. d’Annunzio.

L’incontro rappresenta un momento di confronto e di verifica intermedia all’interno del processo partecipativo “dal basso” che ha contraddistinto fin dall’inizio questo progetto di ampliamento della sede universitaria pescarese.

Sono stati presentati gli sviluppi progettuali work in progress dei Laboratori di Laurea sui singoli lotti funzionali individuati dal Masterplan presentato al pubblico il 2 dicembre 2024.

Sono state condivise con la comunità di esperti di settore, associazioni di categoria e del terzo settore, alcune intenzioni progettuali con l’obiettivo di ricevere consigli e
suggerimenti utili.

Tutto ciò ai fini di poter passare alle fasi successive: 1) l’ultimazione dei lavori dei
Laboratori di Laurea con le tesi di luglio (DdA); 2) la predisposizione del bando di gara per la realizzazione del primo lotto di ampliamento sulle aree di proprietà (UdA), sulla base delle indicazioni e dei requisiti progettuali emersi dai Laboratori di Laurea.

L’appuntamento del 5 giugno p.v. segna quindi un ulteriore importante passo nel progetto di riqualificazione urbana, che grazie al coinvolgimento attivo della comunità locale si conferma come un modello partecipativo efficace per costruire una visione condivisa di Cittadella Universitaria integrata con il tessuto urbano che sia quanto più possibile aderente alle esigenze e i desiderata dei futuri fruitori del progetto.

14 Maggio 2025

FIRMATO IL PROTOCOLLO DI INTESA TRA COMUNE DI PESCARA E DIPARTIMENTO DI ARCHITETTURA

Un passo che potrebbe essere importante verso una città più sostenibile.

Il Comune di Pescara e il Dipartimento di Architettura dell’Università G. d’Annunzio hanno siglato un Protocollo d’intesa che sancisce la collaborazione su temi ambientali strategici, in linea con Green Deal europeo e Agenda 2030 dell’ONU.

Il Protocollo prevede la definizione di successivi accordi attuativi su azioni specifiche:
– riqualificazione dell’ambito fluviale
– qualità della fascia costiera
– mobilità sostenibile
– partecipazione pubblica nei processi decisionali

Il Dipartimento mette a disposizione della città le proprie competenze scientifiche e la spinta creativa di docenti, giovani ricercatori e studenti, collaborando con gli uffici comunali alla progettazione di un futuro più verde e inclusivo.

Un impegno che diventa ancora più significativo in vista delle scelte strategiche che si dovranno fare con la fusione tra Pescara, Montesilvano e Spoltore prevista per il 2027.

Questo per noi è il senso profondo del concetto di “Città Universitaria“, molte volte evocato, ma che ha stentato ad affermarsi: un luogo in cui ricerca, pensiero critico e azione concreta si incontrano per costruire il bene comune.

Sarà la volta buona?  Noi ci vogliamo credere!

Il Centro 15.05.25
Il Messaggero 15.05.25
Il Pescara 15.05.25
Pescara News 15.05.25
Abruzzo Live 15.05.25
18 Gennaio 2025

DECRETO SVILUPPO E VALIGIA DELLE INDIE

Stimolato dalle domande di Paolo Mastri del Messaggero mi sono ritrovato a riflettere su due argomenti apparentemente distanti tra loro: gli esiti della recente Sentenza del Consiglio di Stato sul Decreto Sviluppo e la vicenda della “Valigia delle Indie”.  Ne è uscita fuori un’intervista che vale la pena che vi racconti, perché forse qualcuno può essere incuriosito dalle due storie: una intricata, l’altra intrigante.

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[PM] – Professore a suo parere dopo la recente sentenza del Consiglio di Stato sul Decreto sviluppo, esiste un rischio “paralisi edilizia”? Come potrebbe uscirne il Comune bilanciando incentivi alla rigenerazione urbana e tutela delle aree già densamente urbanizzate? 

In effetti la recente Sentenza del Consiglio di Stato, ribadisce quanto già espresso dal TAR a maggio, e cioè che il Decreto Sviluppo e i relativi incentivi volumetrici nelle operazioni di demolizione-ricostruzione, devono essere applicati solo in presenza di particolari condizioni di degrado del contesto urbano, e non in modo diffuso allo scopo di rinnovare il patrimonio edilizio. Ricordiamoci che in Abruzzo agli incentivi volumetrici del Decreto Sviluppo si vanno a sommare quelli della Legge regionale del 2012 arrivando alla possibilità di sfiorare il doppio della volumetria di partenza. Incentivare la rigenerazione urbana attraverso operazioni di demo-ricostruzione è corretto, non fosse altro che per scongiurare nuovo consumo di suolo, ma le percentuali massime degli incentivi devono essere consentite solo in casi eccezionali dove è effettivamente necessario e a determinate condizioni. Ci sarà un effetto paralisi dopo la Sentenza? Non le so dire anche perché le confesso di non sapere quanti altri cantieri o progetti simili a quello di via Oberdan oggetto della sentenza ci sono in questo momento in città.  Certo è che gli operatori del settore, ma direi i cittadini tutti, hanno necessità che venga fatta chiarezza su una questione oggettivamente ingarbugliata. Cosa si potrebbe fare? Credo che il Sindaco abbia dato una delega specifica a Marcello Antonelli e questo è un primo passo importate, dato che l’ex assessore all’urbanistica ha certamente le competenze tecniche per occuparsi della questione. Quello che mi auspico è che, seguendo l’esempio di altre Regioni e altre città, si avvii una perimetrazione accurata degli ambiti di rigenerazione urbana, basandosi su analisi e parametri oggettivi, magari distinguendoli per diverse soglie di premialità. E soprattutto che si leghi la possibilità di utilizzo delle percentuali massime degli incrementi volumetrici al raggiungimento di obiettivi che corrispondano a bisogni della collettività, come l’incremento degli spazi pubblici, i servizi collettivi e la sostenibilità ambientale o sociale.  Non credo che il problema siano solo le percentuali degli incrementi perché anche un 10% potrebbe essere devastante se applicato male nella zona sbagliata, mentre un incremento anche del doppio rispetto al volume di partenza potrebbe essere idoneo se utilizzato per raggiungere obiettivi di pubblico interesse, con un buon progetto, in una zona correttamente individuata.  Come sempre è un discorso legato alla “qualità” della pianificazione urbanistica e del progetto architettonico.

[PM] – Cambiando argomento, dal punto di vista urbanistico quali sono i valori del tessuto edilizio intorno alla stazione di Porta Nuova in cui spicca l’edificio dell’ex Grand Hotel?

Forse perché sono oriundo genovese, forse perché dirigo il Dipartimento di Architettura, spesso mi si chiede un giudizio di valore sulla “bellezza” di Pescara. Di solito rispondo che il concetto di bellezza in Architettura, soprattutto se lo riferisce ad una città italiana, lo si lega principalmente ai centri storici: i borghi medievali toscani, piuttosto che le città rinascimentali padane, o le grandi capitali barocche del centro meridione, etc.  Da questo punto di vista è evidente che Pescara paghi lo scotto di essere una città giovanissima. Ma questo non significa che Pescara non abbia una sua storia, e che alcuni aspetti di questa sua storia siano particolarmente “intriganti”. Nella zona della stazione di Porta Nuova ci sono alcune testimonianze architettoniche del primo Novecento molto interessanti, che per altro la Soprintendenza ha già individuato come meritevoli di tutela: innanzitutto il Grand Hotel, di cui meritoriamente il Messaggero si è occupato nei giorni scorsi, e poi Palazzo Perenich, il Museo dell’Ottocento (ex Banca d’Italia), il Teatro Michetti, Villino Bucco ed altri edifici storici.

[PM] – Oltre agli edifici vincolati quali sono gli altri elementi di pregio architettonico in questa zona?

C’è un insieme di edifici che pur non essendo sottoposti direttamente al vincolo storico-architettonico, contribuiscono a creare un tessuto urbano omogeneo tipicamente novecentesco. Hanno elementi stilistici che li rendono facilmente individuabili: il numero dei piani fuori terra, di solito due/tre; le cornici marcapiano, le volute e i rilievi delle facciate; i balconcini con balaustre, le ringhiere in ferro battuto, il rapporto pieni/vuoti, etc.  Poi le strade di accesso, ampie e quasi sempre alberate. Insomma, un piccolo pezzo di città novecentesca molto gradevole.

[PM] – La facciata della stazione di Portanuova, che insieme all’ex Grand Hotel conserva la memoria dell’epopea della “Valigia delle Indie”, fu salvata dalla demolizione durante i lavori di ammodernamento dello scalo: è sufficiente questa citazione o si poteva fare di più?

Lei fa riferimento ad una storia, quella della Valigia delle Indie, che è la ragione per cui io prima ho utilizzato l’aggettivo “intrigante” riferito alla città di Pescara.  E’ una storia che già dal nome esprime tutto il suo fascino. Fine Ottocento-inizio Novecento, fase matura dell’impero coloniale inglese, un periodo di relativa pace in Europa e nel mondo, prima del caos della guerra mondiale. L’India, il territorio più prezioso e popoloso dell’impero, che necessita di essere collegata con un servizio postale moderno ed efficiente capace di trasportare, oltre alla posta e ai giornali, anche alti funzionari e ricchi viaggiatori. Il canale di Suez appena inaugurato che consente di non dover più circumnavigare l’Africa. Il viaggio da Londra a Bombay, che alterna il treno con la nave, diventa un cult per la ricca borghesia europea, l’equivalente dell’altro viaggio mitico, l’Orient Express Parigi-Istanbul. Questo straordinario percorso internazionale, denominato per l’appunto “Valigia delle Indie”, prima di arrivare a Brindisi per l’imbarco su un piroscafo verso Port Said, fa tappa a… Castellamare Adriatico! E proprio li, di fronte alla stazione, i viaggiatori si trovano ad accoglierli il modernissimo Grand Hotel. Questa storia penso sia sufficiente a far capire come questa parte di città conservi le vestigia del suo passato, al pari di altre zone come la pineta dannunziana con le sue ville liberty, o la parte centrale con gli edifici pubblici del ventennio intorno a Piazza Italia.

[PM] – L’esempio della tutela diffusa nella zona Aurum-Pineta secondo lei sarebbe quindi replicabile anche nel cuore della Porta Nuova novecentesca?

Probabilmente il vincolo puntuale che la Soprintendenza ha posto su alcuni edifici non è ancora sufficiente a garantire la tenuta dell’omogeneità novecentesca di questa parte di città. Le faccio un esempio. Proprio dietro il Grand Hotel su via Orazio, una strada con edifici dall’impronta novecentesca con quelle caratteristiche stilistiche che abbiamo descritto prima, sorge un palazzo moderno, un bel palazzo con una facciata in vetro.  Dal punto di vista del progetto architettonico nulla da dire, ma dal punto di vista dell’inserimento urbanistico, quell’edificio risulta essere in evidente contrasto con il contesto urbano. Se pensiamo alle recenti normative urbanistiche nazionali e regionali di cui abbiamo parlato all’inizio, che incentivano la demolizione e ricostruzione con premi volumetrici anche consistenti, è chiaro che il rischio di perdere il valore identitario di alcune zone fragili esiste eccome! So che è difficile trovare il punto di equilibrio tra esigenze di conservazione della memoria storica e incentivi al rinnovo del patrimonio edilizio, ma ci sono alcune scelte che devono essere fatte. Una città come Pescara, così proiettata verso il futuro, se vuole conservare il suo fascino deve custodire gelosamente le testimonianze urbane e le storie che raccontano del suo passato e certamente la storia delle Valigia delle Indie, è  – come detto  – una fra le più “intriganti”.

Il Messaggero 18.01.25
Il tracciato della Valigia delle Indie
Porto di Brindisi sbarco della Valigia delle Indie
La Valigia delle Indie nella stazione di Castellamare adriatico
Vagone ristorante del treno Calais-Brindisi (Valigia delle Indie)
1890 manifesto del treno Peninsular Express (Valigia delle Indie)
L'ex “Grand Hotel” di Pescara, oggi in vendita
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