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6 Ottobre 2022

IL PROGETTO DEGLI HABITAT COSTIERI NELLA RICERCA E NELLA FORMAZIONE

“A che punto sono i processi di trasformazione delle aree costiere italiane? In che modo i cambiamenti climatici, l’erosione, la fruizione turistica, la pressione insediativa stanno incidendo su uno degli ecosistemi più preziosi e delicati della penisola? Quali sono le best practice in ambito nazionale ed internazionale?”.

Per dare risposta a queste domande Legambiente, l’Osservatorio Paesaggi Costieri Italiani, il Dipartimento di Architettura di Pescara e il Corso di Laurea in Scienze dell’Habitat Sostenibile di Pescara hanno organizzato la Conferenza internazionale dei paesaggi costieri “COSTE IN MOVIMENTO”, 6-7 ottobre 2022, Aurum Pescara.

Nel video che segue è riportata la sessione “Il progetto degli habitat costieri nella ricerca e nella formazione“, in cui Carola Hein, Maria Chiara Tosi, Nicola Martinelli e Michelangelo Russo hanno presentato alcuni loro casi di studio, ed io ho provato a trarre le conclusioni.

 

21 Febbraio 2022

UNA RIFLESSIONE SUL PNRR A PARTIRE DALLA VICENDA EX COFA A PESCARA

Torno ad occuparmi di un argomento di politica universitaria locale (l’ampliamento della sede universitaria di Pescara nelle aree dell’ex mercato ortofrutticolo) per esporre la mia posizione e per fare una riflessione di carattere più generale sull’utilizzo dei fondi di finanziamento del PNRR. 

Nei giorni scorsi il CdA della mia Università (di cui faccio parte) ha posto in votazione la proposta di partecipare al bando dell’Agenzia della Coesione Territoriale per la realizzazione nell’area ex Cofa di Pescara di un edificio universitario denominato “EASSITECH (Ecosistema dell’Adriatico per la sostenibilità, salute, clima e innovazione tecnologica)”. I principali partner di questa iniziativa oltre all’Università G. d’Annunzio (soggetto proponente) sono: Regione Abruzzo, Comune di Pescara, Confindustria Chieti-Pescara, Camera di Commercio Chieti-Pescara, Fondazione Ud’A, Università Politecnica delle Marche.

Io già in diverse occasioni (ricordo, ad esempio, un convegno sull’argomento tenutosi nella scorsa primavera) ho manifestato la mia contrarietà ad investimenti edilizi della nostra Università su aree pescaresi che non siano quelle attigue al Polo Pindaro, dove sorge l’attuale sede universitaria.

Mi riferisco all’ipotesi di qualche tempo fa, che era stata anche riportata dagli organi di informazione locale, di trasferire la sede universitaria pescarese (o parte di essa) proprio nell’area ex Cofa.

Ora la delibera assunta del CdA riguarda la stessa area – l’ex Cofa – però un oggetto diverso: non più il trasferimento dell’Università, ma (come si legge nella delibera) – “un contenitore polifunzionale dove vengono svolte attività di innovazione tecnologica, formazione, ricerca e iniziative culturali” … che di fatto è l’Università!”

La delibera assunta, tra l’altro, ci impegna anche alla copertura delle spese per la progettazione dell’intervento, stimate fino ad un massimo di 200.000 euro, che poi saranno affidate a soggetto esterno.

Più volte, anche in sede di Consiglio di Amministrazione UdA, io ho sottolineato che l’errore più grande che possiamo fare dal punto di vista urbanistico è quello di andare dietro alle opportunità edilizie che si presentano di volta in volta – che prese singolarmente possono anche apparire molto allettanti (come questa) – senza avere una visione complessiva, un’idea di città universitaria che vogliamo perseguire.

Più volte ho sottolineato l’esigenza di portare in discussione, nelle sedi opportune, una visione d’insieme di un Piano di ampliamento e rigenerazione del Campus di Chieti e del Polo di Pescara, (chiamatelo “Masterplan”, chiamatelo “Progetto strategico”, chiamatelo come volete) e poi una volta condiviso il progetto complessivo di sviluppo, programmare un’attuazione per stralci funzionali ogni qualvolta il nostro bilancio ce lo consente o ogni qualvolta si presentano risorse straordinarie, senza più farci distrarre dalle sirene di proposte – pur allettanti – che però non rientrano in questo disegno strategico.

La mia idea – lo ricordo per l’ennesima volta – è che l’ampliamento della nostra Università a Pescara debba concentrarsi sulle aree attigue al Polo Pindaro esistente, senza disperdere energie economiche e intellettive, su altre aree defunzionalizzate – pur interessanti – che ci sono in città o nell’area metropolitana e che ci vengono generosamente proposte dagli amministratori locali.  Le aree sul retro della nostra Università (quelle verso via Falcone Borsellino, per intenderci) sono di nostra proprietà: sono state oggetto di una permuta con l’edificio ex Aurum proprio allo scopo di realizzare l’ampliamento del Polo universitario pescarese.  Sempre allo stesso scopo in questi anni l’Università ha deviato il fosso Bardet che tagliava in due quelle aree e ha addirittura commissionato (e pagato) il progetto di ampliamento del “Nuovo Pindaro” ad uno degli studi di architettura più importanti d’Italia.  Per cui mi si deve spiegare la ragione per cui in questi ultimi anni invece di utilizzare quelle aree di “naturale espansione” le abbiamo lasciate in abbandono e siamo andati cercando altre aree su cui ampliarci in giro per la città.

Sarebbe un errore procedere all’ampliamento del Polo universitario in aree diverse da quelle attigue, anche perché ci troveremmo con gli edifici universitari posti in siti satellite distanti qualche chilometro l’uno dagli altri.  La natura dei flussi di utenza delle attività universitarie impone la concentrazione dei servizi e degli spazi per la didattica e la ricerca.  La biblioteca deve essere il cuore pulsante (anche simbolico) della vita universitaria; le aule, i laboratori, i centri di ricerca, gli edifici di servizio per gli studenti (mensa, foresteria, studentato) e quelli a servizio delle attività di III missione (incubatori d’impresa, spazi per startup) devono essere tra loro facilmente raggiungibili perché i fruitori sono gli stessi studenti, docenti e tecnici amministrativi che si muovono quotidianamente da un edificio all’altro del campus a seconda dell’attività che devono svolgere. Le aree pedonali, le piazze, il verde, gli esercizi commerciali, le piste ciclabili, formano la rete connettiva di fruizione pubblica che garantisce la vita del complesso organismo universitario mettendolo in osmosi con il tessuto urbano circostante.  Questo è un Campus urbano!

Per capirci – quindi – se la proposta di un nuovo Centro di eccellenza a servizio delle attività universitarie pescaresi avesse potuto riguardare, anziché le aree ex Cofa, quelle aree in disuso di nostra proprietà sul retro del Polo Pindaro di cui ho detto, oppure la Caserma dei Vigili del Fuoco o la caserma Cocco, attigue alla nostra sede universitaria, io avrei plaudito all’operazione, purtroppo invece così non è, data la natura e i vincoli imposti dal bando.

L’ex Cofa ha un potenziale enorme, probabilmente è la più pregiata tra le aree defunzionalizzate pescaresi, è comprensibile che gli enti locali chiedano all’Università di farsi promotrice del suo processo di trasformazione.  Meno comprensibile è l’atteggiamento dell’Università che si lascia “tirare per la giacchetta” senza aver ancora messo a fuoco un suo disegno strategico di ampliamento delle strutture universitarie.  Senza parlare del fatto che un’area di waterfront così strategica come l’ex Cofa, cerniera tra la città, il lungofiume e il porto turistico, ha una vocazione evidente di uso pubblico.  E l’Università, per sua natura, non può garantire questo tipo di uso pubblico “aperto” alla cittadinanza: le aule universitarie, i suoi uffici, i suoi laboratori attrezzati, non possono essere di libero accesso.  Tuttalpiù si possono lasciare aperti al pubblico alcuni percorsi di attraversamento tra le strutture.  E questo non è esattamente quello che ci si aspetta da un’operazione strategica di waterfront che vuole invece spazi pubblici e attrezzature collettive aperte al pubblico, come si vedono in tutti gli waterfront del mondo.

Morale della favola: la delibera del CdA è stata comunque assunta. Io, per le ragioni esposte, ho votato contro. Non è da escludere che il progetto possa essere finanziato dal Ministero… vedremo.

Cosa ci insegna questa vicenda?

Che la logica di aggiudicazione del finanziamento straordinario (fondi europei, PNRR, fondi ministeriali, etc.) vince sulla logica di individuazione delle esigenze collettive.

Le opere pubbliche oramai si realizzano non tanto in ragione di uno studio complessivo dei fabbisogni, delle prospettive e delle sinergie che possono determinare, ma in ragione delle occasioni “random” che derivano dai bandi competitivi di finanziamento.  Può succedere che un’opera pubblica venga promossa sui tavoli decisionali non perché risponde ad una richiesta specifica della collettività, ma perché risponde alle caratteristiche tecniche (in termini di punteggi da attribuire) richieste dal bando di gara.

Quante volte è successo che un progetto europeo si sia trasformato da un fattore di merito ad un problema collettivo? Quante volte la rendicontazione del progetto europeo è diventato il vero obiettivo su cui si sono focalizzati tutti gli sforzi degli enti locali, indipendentemente dall’utilità pubblica di ciò che si sta realizzando? A volte addirittura questo disallineamento tra obiettivi politico-amministrativi (ottenere il finanziamento e rendicontarlo) e obiettivi sociali (ottenere interventi che soddisfino le esigenze espresse dalla comunità) porta all’insorgere di fenomeni di rifiuto da parte della popolazione residente (NIMBY).

Attenzione perché se questo ragionamento fosse corretto, a livello nazionale noi ci potremmo ritrovare tra qualche anno ad essere riusciti a realizzare tutti i progetti del PNRR, per poi accorgerci che molte delle opere costruite non sono prioritarie rispetto ai fabbisogni collettivi.

E allora forse sarebbe meglio lasciarci sfuggire qualche “occasione imperdibile” di finanziamento straordinario, concentrandoci solo su quegli interventi che effettivamente rientrano nella visione strategica di città (universitaria) che vogliamo perseguire.

C’è materia su cui riflettere…

Il Messaggero 2 marzo 2022
4 Ottobre 2021

INAUGURAZIONE “SCIENZE dell’HABITAT SOSTENIBILE”

Venerdì 8 ottobre 2021 è una data importante per tutti noi.

E’ la data di nascita del nuovo corso di laurea triennale in “Scienze dell’habitat sostenibile” dell’Università G. d’Annunzio.  L’inaugurazione dell’anno accademico è affidata a Ermete Realacci, noto ambientalista; seguiranno altri incontri di divulgazione scientifica sul tema dell’habitat con Luca Mercalli e Mario Tozzi.

Il percorso per arrivare a dar vita a questa nuova creatura del Dipartimento di Architettura di Pescara è stato complesso.  L’idea parte nel 2017 quando, in piena crisi del mercato edilizio e conseguenze difficoltà di inserimento dei nostri laureati nel mondo del lavoro, iniziammo una ricerca di mercato per capire quali fossero le prospettive occupazionali future per il mondo dell’architettura.  Poco prima avevamo aperto il corso di laurea in Design, che si dimostrò subito un successo in termini di iscrizioni.  La ricerca ci indicò in modo inconfutabile che il mercato del lavoro avrebbe avuto di li a poco una forte sterzata ecologico-digitale (allora non si chiamava ancora “transizione”) determinata dalla crisi ambientale che stavamo vivendo e dalle esigenze espresse dalle giovani generazioni che si andavano coagulando intorno a neonati movimenti giovanili sensibili al futuro del nostro Pianeta (“Fridays for future“, per es.).

Agenda 2030 era appena stata sottoscritta da 193 Paesi dell’ONU, e gli obiettivi n. 11 e n. 13 (progettare città sostenibili e lottare contro i cambiamenti climatici) diventarono per noi segnali luminosi che ci indicavano la strada verso l’innovazione.

Iniziò un percorso impegnativo per l’accreditamento del corso di laurea al Ministero dell’Università.  Incominciammo a costruire una rete di stakeholders locali che ci accompagnò nella definizione dei contenuti professionalizzanti. Coinvolgemmo nel nostro progetto colleghi di diverse discipline scientifiche, sia dell’Università G. d’Annunzio che di altre Università.  Studiammo nuovi programmi didattici su tematiche ambientali e nuove metodologie di insegnamento con utilizzo diffuso di strumenti ICT. Cominciammo con sempre maggiore interesse a stringere collaborazioni scientifiche con enti e scienziati che prima di noi avevano intrapreso questo percorso.  Formammo una comunità accademica intorno al tema dell’habitat sostenibile prima ancora di aprire il Corso di Laurea.

Il resto è storia recente: la Pandemia Covid-19 ci ha tenuti fermi al palo per un anno intero; il New Generation UE ha sancito la bontà della nostra intuizione ponendo le tematiche ambientali e digitali al centro degli interessi della Comunità Europea; il PNRR sta convogliando cospicue risorse europee sui temi di cui ci stiamo occupando, moltiplicando – di fatto – le occasioni di lavoro per i nostri futuri laureati.

Ed eccoci qua… un po’ emozionati… come scolaretti il primo giorno di scuola ad aspettare che suoni la campanella per correre nelle nostre aule a fare il nostro mestiere… formare professionisti consapevoli, ma soprattutto cittadini responsabili.

Questa è l’Università che ci piace!

20 Aprile 2021

IL DIFFICILE RUOLO DI CITTA’ UNIVERSITARIA

Si fa presto a riempirsi la bocca col termine “Città universitaria”, ma Pescara e la sua Università sono davvero fatte una per l’altra?

L’ultima volta che sono intervenuto in sede pubblica sul tema dell’edilizia universitaria pescarese è stato poco più di un anno fa e l’ho fatto attraverso il mio blog con un articolo sull’ipotesi di trasferire la sede universitaria pescarese, o parte di essa, nell’area dell’ex Cofa, il Consorzio Ortofrutticolo.

Nel post manifestavo tutte le mie perplessità su questa ipotesi, cercando comunque di mantenere un atteggiamento equidistante, tra le due fazioni cittadine che si erano venute nel frattempo a creare: coloro che si erano “messi in testa un’idea meravigliosa” di avere una nuova sede universitaria in riva al mare e coloro che invece si mostravano freddi se non addirittura contrari a quell’ipotesi.  Allora feci un ragionamento piuttosto complesso – una sorta di Swot Analisi – e descrissi i diversi scenari che si sarebbero potuti verificare, mettendo in evidenza i punti di forza e di debolezza, le opportunità e le minacce, di ognuna delle ipotesi in campo.  A conclusione di quel ragionamento, la mia posizione fu chiara: io ero contrario al trasferimento dell’Università all’ex Cofa!

Le ragioni che mi portavano a quella convinzione erano diverse:

  • prima di tutto perché si sarebbe spaccata in due la comunità accademica pescarese, perché gli spazi a disposizione non erano sufficienti per trasferire tutti i corsi di laurea, per cui alcuni Dipartimenti sarebbero dovuti rimanere in Viale Pindaro;
  • poi la viabilità inadeguata a sopportare un ulteriore carico insediativo;
  • l’assenza del collegamento diretto con la ferrovia;
  • la complessità politico-amministrativa dell’area che poteva rappresentare un rischio di impresa per l’Università (per es. l’iter approvativo non solo del progetto, ma anche delle necessarie opere infrastrutturali aggiuntive sarebbe dipeso non da noi ma da altre amministrazioni);
  • senza contare naturalmente che – guardando la questione dal punto di vista della città – era evidente che: 1) andando via l’Università da viale Pindaro tutta l’area di Porta Nuova ne avrebbe risentito negativamente; 2) l’obiettivo di consentire il pubblico accesso a quelle aree così strategiche per la città, non poteva essere garantito dall’Università, che per sua natura non può consentire la libera circolazione nelle sue aule, nei suoi costosi laboratori, nei suoi uffici. Tuttalpiù si possono lasciare aperti al pubblico alcuni percorsi di attraversamento tra le strutture.

Quello che però emergeva con evidenza da quel dibattito di un anno fa, era la completa mancanza di un’idea strategica del ruolo che l’Università avrebbe dovuto assumere all’interno della città: non c’era un’idea di città universitaria. Gli amministratori locali ci stavano offrendo le loro aree pregiate defunzionalizzate – passatemi l’immagine – così come un mercante arabo offre la propria mercanzia ad un compratore straniero in un bazar del Cairo.   Il Sindaco di Pescara ci accompagnava a visitare l’ex Cofa; quello di Montesilvano la Colonia Stella Maris.  Altri enti pubblici ci offrivano la Caserma dei VV.FF. o l’ex Caserma Cocco.  Stessa cosa facevano i privati, come i proprietari dell’area ex Di Bartolomeo, prospicienti la sede universitaria.  Iniziò una sorta di “tiro alla giacchetta” dell’Università bancomat che sinceramente mi diede fastidio, ma che soprattutto, con la pianificazione urbanistica aveva poco a che fare.  Ma quel che è peggio è che noi stessi, l’Università G. d’Annunzio, non avevamo – e purtroppo non abbiamo tutt’ora – le idee chiare in merito ad un disegno strategico che possa soddisfare le nostre necessità di ampliamento a Pescara.

Io mi prendo naturalmente tutte le responsabilità che mi competono.

Sono Urbanista, per professione e per ruolo accademico, ho svolto i due mandati istituzionali da Direttore del Dipartimento di Architettura di Pescara, ciononostante non sono stato in grado di far capire neppure ai vertici della mia Università che l’errore più grande in questi casi è di andare dietro alle opportunità che si presentano di volta in volta – che prese singolarmente possono anche apparire allettanti – senza una visione complessiva di quello che si vuole ottenere.  In altre parole, alla base della discussione non c’era un’idea strategica di sviluppo dell’Università G. d’Annunzio dentro la città, ma un patchwork di proposte scollegate tra loro, senza né capo né coda.

E la città di Pescara, purtroppo, da questa punto di vista è recidiva: mi riferisco per esempio al pot-pourri di idee sulle Aree di risulta ferroviarie, alle scelte schizofreniche sulla Strada Parco (da alcuni ritenuta un prezioso corridoio ecologico, da altri indicata come parcheggio estivo), fino ad arrivare alla scelta delle aree dove espandere l’Università.

A questo punto direi che è utile fermarsi un attimo e ricordare a tutti quanti come siamo arrivati a questo punto.

È da vent’anni che il nostro Ateneo manifesta l’esigenza di espandere la sua sede pescarese, sia per mancanza di spazi e di dotazioni, sia per l’obsolescenza delle strutture.

La prima ipotesi è del 1998 (Rettore Cuccurullo, DG Napoleone) a seguito della quale vi fu l’adesione al PRUSST “Città lineare della costa”, successivamente ammesso a finanziamento dal Ministero dei LL.PP.

Poi nel 2001 ci fu l’Accordo di Programma, tra Comune Provincia e Università, per la realizzazione del cosiddetto Nuovo Pindaro, nell’area sul retro della sede attuale, che nel frattempo era stata acquisita dall’Università in permuta con il complesso “ex AURUM”.  Il progetto “Nuovo Pindaro” prevedeva aule, laboratori, uffici, biblioteca, oltre a piazze coperte e scoperte e spazi verdi.

Con il cambio di governance di Ateneo nel 2012 (Rettore Di Ilio, DG Del Vecchio) cambiarono anche le prospettive di ampliamento della sede pescarese.  Il progetto Nuovo Pindaro venne congelato e ridimensionato, stralciando le aule e mantenendo solo l’edificio della Biblioteca.

Alla governance attuale insediatasi nel 2017 (Rettore Caputi, DG Cucullo) va il merito di aver investito risorse per l’adeguamento tecnologico del vecchio Polo Pindaro e di avere riproposto il tema dell’ampliamento della sede di Pescara, anche se come dicevo prima, senza avere le idee chiare sul da farsi.

A Caputi voglio dire, con la franchezza che contraddistingue il nostro rapporto di amicizia, che la scelta migliore a questo punto è una sola: portare a compimento il progetto del cosiddetto “Nuovo Pindaro” nelle aree a fianco del Palazzo Micara!  È l’ampliamento “naturale” essendo le aree attaccate a quelle del vecchio Polo Pindaro.  Per altro sono aree di proprietà dell’Università, acquisite all’interno dell’Accordo di Programma del 2001 specificatamente per questa funzione, per cui se non si dovesse dar seguito al progetto previsto dall’Accordo di Programma, si dovrebbero addurre convincenti giustificazioni! Ma soprattutto continuare con il progetto Nuovo Pindaro significa portare a compimento il masterplan seguendo un disegno strategico, che se venisse interrotto lascerebbe le strutture universitarie “monche” (ad esempio ci troveremmo una biblioteca, che per sua natura è il baricentro del campus, posta in una sua parte marginale).

OVVIAMENTE il progetto Nuovo Pindaro va aggiornato in considerazione delle nuove esigenze che nel frattempo si sono venute a determinare (laboratori specialistici, performance ecologico-ambientali, etc.). OVVIAMENTE il progetto va integrato con i nuovi assetti del tessuto urbano entro il quale è inserito. OVVIAMENTE vanno fatte le dovute verifiche di fattibilità, a cominciare da quelle economiche sulla capienza del nostro bilancio di Ateneo.   Ma è essenziale a questo punto tirare una linea, assumere una vision complessiva, condividerla con gli Organi di Ateneo e con i Dipartimenti pescaresi, e cominciare a programmare un’attuazione per stralci funzionali, ogni qualvolta il nostro bilancio ce lo consentirà, avendo chiaro il disegno da perseguire, senza più farci distrarre dalle sirene di qualche altra ipotesi immobiliare – pur allettante – che ci venga proposta da chicchessia.

Il Polo Pindaro, sede pescarese dell'Università G. d'Annunzio, e l'area ex Cofa sul retro del porto turistico.
Progetto "Nuovo Pindaro" completo
Progetto "Nuovo Pindaro: la Biblioteca

Ora un cenno ad un paio di altre “aree calde” che si trovano in prossimità del Polo Pindaro di cui si sono occupati gli organi di informazione locali sempre in prospettiva dell’ampliamento delle strutture universitarie.

La prima è quella costituita dalle due caserme prospicienti tra loro, non distanti dall’Università: quella dei VV.FF. e la ex caserma Cocco con annesso parco pubblico.  Sono due aree molto interessanti di proprietà del Demanio dello Stato e del Ministero della Difesa, che potrebbero essere inserite in un ragionamento complessivo di “cittadella universitaria aperta”, così come d’altronde aveva fatto Stefano Civitarese, quando era assessore del Comune di Pescara, con il suo Master Plan “Polo della cultura e della conoscenza”, ispirato per altro, ad un imponente lavoro di ricerca condotto dal Dipartimento di Architettura e raccolto nel libro “Verso Pescara 2027”.

A mio avviso però, l’interesse di poter intervenire su queste aree con un accordo tra amministrazioni pubbliche (quindi con un iter facilitato ex L. 241/90), non sarebbe tanto quello di soddisfare la necessità di nuove aule: sarebbe contraddittorio –  come detto – rispetto alla scelta che abbiamo già assunto di realizzare la nuova Biblioteca sul retro di palazzo Micara.  Le due caserme invece potrebbero essere ottimi contenitori di attività complementari a servizio della didattica e della ricerca universitaria: si potrebbe pensare, ad esempio, ad una casa dello studente (pubblica) con foresteria nell’area della Caserma VV.FF. e a un incubatore di impresa per start up e spin off nell’area ex Cocco in partnership con la Regione, le associazioni di categoria e altri investitori privati. O anche altre funzioni legate ad es. alla terza missione universitaria.

A proposito di case dello studente (pubbliche o private), chiudo il ragionamento con un commento al progetto apparso di recente sui giornali che interessa le aree ex Di Bartolomeo. Si tratta di aree private, adiacenti al Polo universitario, ma sempre aree private per cui i nostri margini di manovra sono esigui, se non nulli.  Ma siccome sono aree su cui in questi anni si è concentrata una moltitudine di progetti elaborati dal Dipartimento di Architettura e dal Dipartimento di Ingegneria (esercitazioni, tesi di laurea, addirittura una Summer School), credo sia doveroso esprimere la nostra opinione.

Dico subito che non condivido l’impostazione progettuale assunta.

E non è un giudizio sulla qualità architettonica del progetto, firmato da un collega che non conosco, ma che ha tutto il mio rispetto. Io discuto a monte – le precondizioni tecniche e funzionali che sono state poste alla base di quel progetto. Gli infiniti esercizi progettuali che abbiamo fatto fare ai nostri studenti in questi anni, pur presentando una gamma di soluzioni molto diversificata, avevano tutte un filo conduttore, un assioma: creare un sistema di relazioni pedonali, ciclabili, di spazi pubblici, di verde… tra il Polo universitario e il mare passando attraverso le aree Di Bartolomeo, la zona stadio e la Pineta Dannunziana.

Il progetto che vedo pubblicato sui giornali locali (queste al momento sono le mie fonti di informazione) attraverso cosa attua questo importante compito di connessione tra Università, Stadio, Pineta e mare?  Attraverso il parcheggio di un supermercato! E il verde? E la connessione pedonale e ciclabile? E gli spazi di aggregazione? Le piazze?

Certo… se si deve raggiungere la cubatura prevista dalle norme del PRG (che non ho controllato, ma immagino siano state verificate), una volta che si mette dentro l’area un supermercato, i parcheggi di legge, la palazzina residenziale, gli accessi carrabili… spazio per altre dotazioni non ne rimane tanto.  E allora il verde e gli spazi pubblici dove si mettono? Nelle aree di scarto! Ossia nei ritagli residuali della viabilità, nelle aiuole, nelle fioriere del parcheggio…

Non entro quindi nel merito del progetto architettonico, discuto – e punto il dito accusatorio – sul paradigma progettuale alla base del progetto, che è il vecchio modo di fare che abbiamo utilizzato per cinquant’anni a partire dal boom economico del secolo scorso, quando le pressioni della rendita immobiliare portavano a realizzare prima i “palazzi” e poi, nelle aree di scarto che rimanevano, si mettevano i famosi 18 metri quadri ad abitante di verde, necessari per vedersi approvare il progetto dagli uffici comunali.  Che è esattamente l’opposto di quello che la buona pianificazione urbanistica suggerisce oggi: prima si progetta la spina dorsale degli spazi di relazione, del verde, della mobilità sostenibile (l’interesse pubblico) e poi, di conseguenza, si progettano gli edifici (l’interesse privato).

È come sempre una “questione di priorità” o se vogliamo di “idea di città”.

Il Polo Pindaro e le aree strategiche che lo circondano.
Planimetria del progetto sulle aree private Di Bartolomeo, prospicienti la sede universitaria di Pescara. Il progetto prevede un supermercato e una palazzina ad uso residenze private per studenti.
Immagine tratta dai media del progetto sulle aree private Di Bartolomeo, prospicienti la sede universitaria di Pescara.
Locandina della giornata di studio sull'ampliamento del Polo Universitario di Pescara
27 Marzo 2021

8 LEZIONI SU HABITAT SOSTENIBILE E CITTA’ DEL FUTURO

Un esperimento.

Voglio provare a far uscire dalle mura accademiche un ciclo di 8 lezioni estratte dal mio Corso di Urbanistica, portandolo a casa di tutti coloro che ne sono interessati o semplicemente incuriositi.

Un ciclo di lezioni di circa un’ora l’una, su tematiche ambientali che spiegano con parole semplici la mia posizione scientifica, e soprattutto il mio desiderio di divulgazione del sapere.

D’altronde chi se non l’Università pubblica ha il compito di diffondere le conoscenze su tematiche così importanti per il futuro del nostro Pianeta come i cambiamenti climatici, il metabolismo urbano, le politiche ambientali, le smart cities, etc.

E’ l’ora di voltare pagina.

Lo dico con calma, senza toni allarmistici, ma nella profonda convinzione che il modello di sviluppo “depredatorio” nei confronti del nostro Pianeta, che ha contraddistinto gli ultimi cento anni di vita della nostra società, vada modificato senza indugi.

Certamente dobbiamo continuare a progredire, ma dobbiamo farlo nel pieno rispetto degli equilibri naturali.  Non vuol dire cambiare radicalmente stile di vita, ma rinunciare al primato dell’uomo sulla natura, accettando la condizione di far parte di un habitat complesso in continua evoluzione.

Non essere consapevoli del problema, o anche semplicemente lavarsene le mani, significa non tanto mettere a rischio il futuro del nostro Pianeta (che per milioni di anni ha fatto a meno di noi e potrebbe tranquillamente continuarlo a fare), quanto rendere instabile il futuro delle prossime generazioni.

Ecco le lezioni

Sostenibilità

L’evoluzione del concetto di sviluppo sostenibile ricostruito attraverso i passaggi storici che lo hanno determinato: dalla caduta del muro di Berlino fino al New Green Deal Europeo

Economia

Dal modello di sviluppo economico “depredatorio” della seconda metà del ‘900 al concetto di metabolismo urbano e di economia circolare del futuro.

Habitat

Dalle definizioni di habitat ad una riflessione sull’aumento e la concentrazione della popolazione mondiale nei grandi agglomerati urbani, fino al tema del “diritto all’acqua”.

Clima

Il fenomeno dei cambiamenti climatici e le azioni di mitigazione e adattamento che possono essere messe in campo per contenerli, dal punto di vista dell’architetto.

Network

L’evoluzione lessicale del termine “rete” nella lingua italiana. Dalle reti naturali alle reti infrastrutturali, con uno sguardo al passato, al presente e al futuro.

Internet

Dagli albori del web negli anni della Guerra Fredda, al web dinamico 2.0 parlando di sistemi di telecomunicazioni, aspetti sociali e dimensione ecologica delle reti digitali.

Globalizzazione

Globalizzazione dei mercati e globalizzazione culturale, attraverso crisi globali, distorsioni sociali e rischi per l’habitat.

Città

Che volto avrà la città del futuro? Una riflessione sulla “Complex E-city” di domani, a partire dai problemi degli slums di oggi, dove vive circa un quinto della popolazione mondiale.

22 Marzo 2021

Next Generation EU: un’economia a misura d’uomo per affrontare il futuro

Continua l’esperimento di portare l’Università a casa vostra, soprattutto quando si parla di argomenti così importanti come quelli che riguardano l’ambiente e il futuro del nostro pianeta.

Domani Venerdì 23 aprile 2021 Ermete Realacci (Fondazione Symbola) tiene una lezione all’interno del mio corso di urbanistica dal titolo “Next Generation EU: un’economia a misura d’uomo per affrontare il futuro“.

Chi fosse interessato può seguire l’evento cliccando il link qui sotto

Inizio ore 10:00 puntualissimi!!

e mi raccomando… entrate in aula qualche minuto prima e spegnete la vostra telecamera e il vostro microfono per non disturbare.

La lezione durerà circa 45 minuti, poi alla fine ci sarà un dibattito con gli studenti e allora si che potrete fare domande o intervenire con delle vostre considerazioni.

A domani!

12 Novembre 2020

CONVERSAZIONI SULLA CITTA’ DEL FUTURO

Città post pandemica, crisi climatica, temi della città del futuro.

Di ciò si è parlato in questo talk inserito nel programma di iniziative culturali promosse dalla Fondazione Palazzo Ducale di Genova, a cui ho aderito con piacere nonostante i rinvii causa Covid.  Avrebbe dovuto tenersi nella splendida cornice della Sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale.  Invece gli organizzatori, il prof. Musso e la prof.ssa Ghiara, erano sul palco, mentre io e Stefano eravamo collegati on line.

A Genova torno sempre con gran piacere, anche in modalità virtuale!

16 Giugno 2020

LE DISCOTECHE RIAPRONO E LE UNIVERSITA’ NO… CI SARA’ UN MOTIVO!?

[Sono stati mesi impegnativi questi ultimi durante i quali docenti e studenti, con una full immersion lavorativa encomiabile, hanno garantito la completa continuità dell’attività didattica. Le lezioni, gli esami e le tesi sono state riconvertite on line e non hanno subito flessioni così pure l’attività tecnico amministrativa. Altro che chiuse… le Universitá non si sono mai fermate!]

 

 

In questi giorni si sta molto discutendo a livello nazionale su come attuare le (forse troppe) direttive in materia di emergenza sanitaria Covid-19.  Siamo ancora in fase II, ma tutti abbiamo già lo sguardo proiettato verso la fase III, che per le Università coincide grosso modo con il primo ciclo di lezioni del prossimo a.a. 2020-21.

Dagli organi di informazione apprendiamo di pareri contrastanti tra gli scienziati in merito alla previsione di una seconda ondata autunnale di Covid-19, che per alcuni è inevitabile, per altri è solo probabile.  Pareri diversi sono stati espressi recentemente dalla comunità scientifica addirittura in merito alla capacità di contagio degli asintomatici.

Neanche il Ministero dell’Università ha assunto fino ad oggi una posizione chiara circa le modalità di svolgimento della didattica nella fase III.   Il susseguirsi di interviste di questi giorni al Ministro Manfredi ha portato alcune testate giornalistiche ad interpretare che le lezioni in presenza sarebbero riprese a febbraio, altre a dare per certa la riapertura a settembre, e altre ancora a parlare (senza capirci un granché) di un doppio canale didattico misto.

In questo stato di incertezza gli Atenei sono chiamati a prendere provvedimenti importanti e a comunicarli (adesso, non tra qualche mese) attraverso le attività di orientamento alle famiglie degli studenti e delle future matricole che si stanno apprestando a loro volta a prendere decisioni rilevanti.

È bene ricordare che applicando alla lettera le Linee Guida INAIL sul distanziamento sociale le nostre aule universitarie vedrebbero la capienza ridursi a 1/4-1/5 dei posti a disposizione (per intenderci in un’aula da 100 posti potrebbero trovare posto al massimo 20-25 studenti).

In merito tutto ciò esprimo alcune perplessità sull’ipotesi di un eventuale piena ripresa delle attività didattiche in presenza già a partire da settembre, per una serie di ragioni.

  • Distanziamento sociale. Come detto le nostre aule vedrebbero ridurre la capienza a 1/4-1/5 dei posti a disposizione.  Come fare a garantire il rispetto delle norme di distanziamento sociale e dell’uso corretto dei dispositivi di protezione? Dovremmo forse fare delle turnazioni degli studenti che possono assistere in presenza, 20 in aula e 80 a casa?  Organizzarci in altri spazi, ma quali? Sperimentare le lezioni all’aperto fin tanto che la stagione lo consente?  Duplicare i corsi?
  • Metodologia didattica. In questi mesi di lockdown dopo un iniziale smarrimento abbiamo imparato ad utilizzare la piattaforma Teams in tutte le sue potenzialità ed è mia opinione che per particolari tipologie di lezioni si sia rilevata più performante di quanto immaginassimo.  Intanto ci ha dato la possibilità di non sospendere l’attività didattica, e non è poco!  Poi abbiamo imparato che la piattaforma da la possibilità di “ingegnerizzare” le lezioni dividendole in moduli didattici rigorosi (anche preregistrati) di 15-20 minuti l’uno; abbiamo utilizzato le sessioni Live di interazione per mantenere attiva la classe virtuale con domande e commenti; abbiamo capito che possiamo offrire agli studenti, attraverso specifici test da effettuarsi subito dopo aver assistito alla lezione, la possibilità di misurare in tempo reale il loro processo di apprendimento individuale; abbiamo arricchito le lezioni con contenuti extra (video, siti, bibliografie interattive, etc.)  Non sto ovviamente dicendo che la presenza degli studenti in aula sia tranquillamente sostituibile da una piattaforma telematica!  Conosco bene il valore imprescindibile dell’interazione delle intelligenze tipica dei processi di apprendimento in presenza.  E soprattutto so bene che ci sono materie e attività didattiche che si prestano meglio di altre ad essere erogate in forma digitale.  Sto solo dicendo che l’upgrade informatico a cui siamo stati costretti dal lockdown è un patrimonio di innovazione che non va disperso, anzi se possibile va perfezionato e messo in sinergia con i metodi tradizionali di trasmissione del sapere.
  • Telecamera nelle aule. Chiarito che la didattica frontale e la teledidattica sono profondamente diverse (per metodologie di apprendimento, tempi di erogazione, mezzi di comunicazione, strumenti di supporto) e che non sono alternative una dell’altra, casomai possono essere fra loro complementari, la risposta “blended” da più parti ventilata che consiste nella telecamera che riprende il professore mentre fa la lezione frontale a quei pochi studenti cui è consentito entrare nelle aule, a mio modo di vedere, non è utile al nostro scopo prioritario, che è quello di mantenere alto il profilo qualitativo della didattica. Non è possibile fare contestualmente buona didattica in presenza e buona didattica a distanza.  Se devo fare teledidattica molto meglio continuare ad utilizzare la Piattaforma Teams (o altre piattaforme progettate specificamente per l’e-learning).  Viceversa, se devo fare lezione frontale, dove il tono colloquiale fa parte della metodologia di trasmissione del sapere, sia io che gli studenti che interagiscono con domande e commenti, preferiamo non essere ripresi in diretta e trasmessi in streaming via web.
  • Responsabilità oggettive in caso di contagio. Su questo punto non ho certezze, magari chiedo ai colleghi giuristi se ce ne siano; anche se credo che il terreno sia scivoloso, almeno questa è l’opinione che mi sono fatto avendo seguito sui media il dibattito sollevato dai datori di lavoro in questa fase II.  Mi chiedo: se uno studente si dovesse contagiare durante una lezione in aula (è dimostrabile?), di chi è la responsabilità? Del Rettore? Del Direttore? Del Professore in aula?

A fronte delle riflessioni e dei dubbi sopra esposti; nell’incertezza di quello che potrà accadere in autunno; nella necessità di dare immediatamente (non tra qualche tempo) una risposta chiara e rassicurante alle famiglie dei nostri studenti, il Consiglio del Dipartimento che dirigo pro tempore ha deliberato le seguenti proposte in merito alla ripresa delle attività didattiche dei CdS di Architettura e Design nel nuovo anno accademico 2020-21:

  1. gli esami e le tesi di laurea della sessione estiva di luglio sono previsti in modalità on-line;
  2. il test di ingresso al Corso di Laurea in Architettura è organizzato in modalità on-line;
  3. non è previsto per l’a.a. 2020/21 il numero chiuso e il conseguente test di ingresso per l’accesso al CdS in Design;
  4. gli Esami di Stato per l’esercizio della professione di Architetto della prima sessione di luglio 2020 sono programmati in modalità on-line;
  5. le attività didattiche teoriche con prevalenza di lezione ex cathedra sono state calendarizzate nel primo semestre;
  6. le attività didattiche che prevedono una attività esercitativa che necessita di un’interazione diretta docente-studente (in particolari i laboratori di progettazione) sono state spostate nel secondo semestre;
  7. le attività didattiche del primo semestre 2020-21 saranno progettate per essere erogate integralmente on-line attraverso la Piattaforma Teams;
  8. le attività didattiche del secondo semestre 2020-21 si svolgeranno regolarmente nelle aule in presenza (a meno ovviamente di eventuali diverse disposizioni ministeriali in relazione all’andamento della curva epidemiologica);
  9. le attività di ricerca, riprese già nella fase II, andranno a regime regolarmente nella fase III, con docenti, ricercatori, borsisti, tesisti, etc. che nell’osservanza rigorosa delle disposizioni sanitarie tornano gradualmente a ripopolare gli uffici del nostro Dipartimento;
  10. Per quanto riguarda il personale e le attività t.a.b. ci stiamo attenendo al piano di rientro predisposto dal DG. Anche qui però sottolineando l’importanza di non disperdere il valore dell’esperienza smart working, che potrebbe essere utile mantenere, ovviamente in percentuali e modalità studiate ad hoc, anche nella fase di ritorno alla “normalità”.

Queste considerazioni, che ho svolto a partire da un angolo visuale preciso, quello del Dipartimento di Architettura di Pescara e dei suoi Corsi di Laurea, penso siano comuni anche ad altri Corsi di Laurea, soprattutto quelli ad alto numero di studenti che hanno difficoltà a garantire le distanze di sicurezza e a limitare gli assembramenti.   Cosa diversa invece potrebbe essere per quelle attività e quei Corsi di Laurea (ad es. alcune specialistiche) con un numero limitato di studenti, in cui attraverso opportune cautele si potrebbe garantire il distanziamento sociale.

Sta di fatto che la didattica a distanza, fin tanto che permangono le norme sul distanziamento sociale, non potrà non esserci nella fase III, mentre le attività in presenza possono essere previste come parziali ed eventuali, ma solo in quei casi in cui si riescano a garantire i criteri di prevenzione sanitaria.

Quindi al di la del desiderio di tutti noi di tornare quanto prima nelle aule, le disposizioni elencate sopra consentono di dare alle famiglie dei nostri studenti e delle nostre future matricole, in questo momento di grande disorientamento, una comunicazione molto chiara:

– in termini di sicurezza sanitaria (nessun pericolo di contagio, anche nella malaugurata eventualità di un rigurgito epidemiologico in autunno);

– in termini economici (nessun costo di mantenimento fuori sede fino a gennaio);

– in termini di metodologia didattica (nessuna confusione tra teledidattica e didattica frontale);

– in termini di qualità dell’insegnamento (massimo impegno e concentrazione per perfezionare le metodologie on-line; garanzia di poter svolgere in presenza nel II ciclo le attività didattiche che necessitano di una interazione diretta docente-discente);

– in termini organizzativi (nessun problema di “rotazione” degli studenti nelle aule, o di ricerca affannata di nuovi spazi).

SIA BENE INTESO.  Il punto non è discutere in termini retorici se sia meglio la didattica frontale o la teledidattica: l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno in questo momento è uno scontro ideologico!  La posizione che ho esposto, e che è stata assunta all’unanimità dal Consiglio di Architettura di Pescara, è intesa a far fronte alla fase emergenziale.  È un atteggiamento prudenziale da “buon padre di famiglia”, chiamato a prendere decisioni rapide in una situazione contestuale incerta e in evoluzione.

Preferisco di gran lunga essere tacciato di atteggiamento iper-prudente tra qualche mese, nella speranza che non ci sia nessuna ondata di ritorno, piuttosto che avere sulla coscienza anche un solo caso di contagio nei nostri campus universitari.

È altresì chiaro che, ove dovesse essere decretato a livello nazionale il termine anticipato della fase III e delle misure restrittive conseguenti, ripenseremo il da farsi.

Da rappresentante della componente politecnica posso usare la metafora degli edifici e delle infrastrutture che si devono progettare per resistere a terremoti, tifoni, alluvioni, fenomeni meteorologici estremi, anche se questa resilienza raramente (speriamo mai) viene messa alla prova.

Dico questo perché proprio in questi giorni si è acceso anche all’interno della comunità accademica un dibattito tra coloro che vorrebbero una riapertura integrale delle attività didattiche già a partire da settembre e le governance delle Università che sono più prudenti avendo sulle spalle il peso delle decisioni da assumere.  A ciò si aggiungono legittime pressioni che gli operatori economici dell’indotto universitario stanno manifestando (proprietari di case in affitto per gli studenti, esercenti commerciali, prestatori di servizi) e che i politici locali ovviamente raccolgono e amplificano.

Io penso che noi dobbiamo essere pronti a discutere di tutto con tutti, assumendoci le responsabilità che ci sono proprie, ma in questo momento credo che la nostra missione prioritaria sia quella di garantire ai nostri studenti e alle loro famiglie il massimo sforzo per erogare una didattica di qualità in totale sicurezza sanitaria.

Non vorrei che l’euforia di questi giorni di inizio estate ci avesse già fatto dimenticare la tragedia che abbiamo vissuto non più tardi di un paio di mesi fa.

2 Giugno 2020

DIRETTA LIVE DI PRESENTAZIONE DEL NUOVO ANNO ACCADEMICO 2020-21 DEL DIPARTIMENTO ARCHITETTURA DI PESCARA

Come ci siamo organizzati nella fase di “lockdown”.

Le nostre attività didattiche e di ricerca nella fase II (fino ad agosto 2020)

e soprattutto le nostre strategie per il nuovo anno accademico 2020-21 a partire da settembre (fase III).

Obiettivi: qualità della didattica e sicurezza sanitaria dei nostri studenti e della nostra comunità accademica.

Non dimenticando i costi in termini di vite umane di Covid-19, pensiamo al futuro.

Resilienza, progettualità e profondo amore per l’Università pubblica italiana!!

 

LIVE Dipartimento di Architettura Pescara Orientamento On Line

Il Direttore del Dipartimento di Architettura di Pescara, prof. Paolo Fusero, illustra le iniziative per far fronte all’emergenza sanitaria e le novità che riguardano l'offerta didattica del prossimo anno accademico. Se hai domande da fare, sei il benvenuto!.

Pubblicato da Dd'A – Dipartimento di Architettura Pescara su Lunedì 1 giugno 2020

11 Marzo 2020

AVVISO AGLI STUDENTI DEL MIO CORSO DI URBANISTICA

Cari studenti del mio corso di Urbanistica_1 del Dipartimento di Architettura di Pescara.

L’emergenza sanitaria Covid-19 ci impedisce di svolgere il corso in modo tradizionale, con lezioni frontali, seminari pubblici, esercitazioni di gruppo, sopralluoghi, plastici, progetti, etc.

Dobbiamo utilizzare tutte le precauzioni possibili per contenere le occasioni di contagio, non uscendo di casa o comunque solo per lo stretto necessario, evitando i luoghi affollati e seguendo scrupolosamente le disposizioni sanitarie oramai note a tutti.

Questo non significa sospendere la nostra vita, ma semplicemente cambiare le nostre abitudini, a cominciare dal modo di studiare.

Come tutte le Università italiane la nostra Università si è dotata a tempo di record di una piattaforma on-line per svolgere le attività didattiche a distanza.  Vi invito fin da subito a scaricare l’applicazione, creare il vostro account e cominciare ad impratichirvi con l’uso.

A breve comincerò ad inserire nella piattaforma le lezioni che aggiornerò settimanalmente negli orari prefissati dal corso.  Voi potrete seguire le lezioni in diretta oppure scaricarle successivamente in streaming.

Naturalmente ho adeguato il programma delle lezioni e della parte esercitativa alle nuove modalità didattiche però è chiaro che siamo in fase sperimentativa, sia della componente tecnica (piattaforma) che di quella scientifica (lezioni e esercitazioni online) e valutativa (esami finali).

Per cui è prevedibile che ci siano disfunzioni, a cominciare dal sovraccarico della rete.  Mettiamolo in conto.  Ma non sono certo le difficoltà ad intimorirci, anzi da queste sfide traiamo la ragione stessa del nostro lavoro.

Io, voi, gli assistenti, i docenti, i tecnici, gli amministrativi, i bibliotecari… SIAMO L’UNIVERSITA’ PUBBLICA ITALIANA!!  Con secoli di storia.  Con risultati scientifici di eccezionale valore riconosciuti in tutto il mondo, nonostante le nostre ataviche difficoltà economiche.

Non sarà certo un virus a fermarci!

Forza allora, rimbocchiamoci le maniche e facciamo il nostro dovere… studiamo!

E vedrete sarà un piacere farlo, nella consapevolezza che – soprattutto in questo momento – fare il proprio dovere individuale, significa contribuire ad un bene collettivo immenso: la cultura del nostro Paese!

Via aspetto in classe (virtuale)

Stay Tuned!

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PS:

un grazie di cuore – sottovoce, quasi con pudore, sapendo di scivolare nella retorica – al gruppo di lavoro che intorno al Rettore sta lavorando giorno e notte per far fronte a questa emergenza sanitaria.  A tutti i tecnici amministrativi bibliotecari che continuano a lavorare negli uffici semivuoti e a casa in smart working.  Ai colleghi docenti che si stanno prestando a questo salto multimediale con senso del dovere (me li vedo… qualcuno tra i più anziani – quindi anch’io – che sta maledicendo la nuova piattaforma online però è lì, a notte fonda davanti al computer con sotto il pigiama e sopra giacca e cravatta a registrare la sua lezione del giorno dopo).

E grazie soprattutto a voi studenti che avete capito il momento…

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