26 Agosto 2025

GAZA: LA RESPONSABILITÀ DI ROMPERE IL SILENZIO

Sul mio blog, in tutti questi anni, mi sono imposto di non affrontare temi politici.

È stata una scelta, un confine tracciato con rispetto, anche e soprattutto in considerazione del mio ruolo in Università. Rappresento un Dipartimento di un centinaio di persone, all’interno di un Ateneo di grandi dimensioni, un microcosmo di intelligenze, sensibilità e visioni del mondo diversificate. Il mio compito è tutelare questo spazio di dialogo e di studio, garantendo che sia un luogo dove ogni opinione possa sentirsi rispettata.

Oggi, però, sento che quel silenzio non è più una scelta responsabile. È diventato, mio malgrado, una forma di assenso. E di fronte a ciò che sta accadendo a Gaza, il silenzio non è più un’opzione.

So bene – purtroppo – che nel mondo esistono decine di conflitti bellici dimenticati, sepolti negli angoli remoti del pianeta, lontani dai riflettori dell’opinione pubblica. Questo non rende la loro tragedia meno importante, ma al contrario ci obbliga a una riflessione: quando la Storia bussa alla nostra porta e ci guarda negli occhi, non possiamo girarci dall’altra parte.

Nel caso di Gaza è doveroso e imprescindibile ricordare l’orrore del 7 ottobre. Il raid di Hamas, gli atti sanguinosi, abominevoli e imperdonabili contro civili innocenti, la strage, gli ostaggi, sono una ferita nella coscienza dell’umanità. Nulla può cancellare quel trauma.

Tuttavia, assolutamente nulla può giustificare la risposta spropositata che il governo Netanyahu sta mettendo in atto da mesi sulla popolazione di Gaza.

Mentre il mondo per lo più distoglie lo sguardo, sullo sfondo del timido bisbiglio delle diplomazie europee e del tacito consenso dell’amministrazione Trump, si sta consumando una catastrofe umanitaria di proporzioni bibliche.

Stiamo parlando di bombardamenti che radano al suolo interi quartieri, di migliaia di civili innocenti uccisi, di deportazioni di massa, di una generazione di bambini sepolta sotto le macerie delle proprie case e delle proprie scuole. Stiamo parlando di giornalisti uccisi mentre cercano di documentare l’orrore.

Ma non si uccide solo con le bombe.

Le dichiarazioni sempre più allarmate delle Nazioni Unite ci dipingono uno scenario agghiacciante per i prossimi mesi: carestia diffusa, epidemie che si propagheranno in un sistema sanitario annientato, donne e bambini che muoiono per fame e per ferite che non possono essere curate. È una condanna a morte lenta, metodica, pianificata, per un intero popolo. E’ l’uso della fame come strumento di guerra.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso (almeno il mio) è stata vedere le immagini vergognose che riducono Gaza a una operazione immobiliare e – proprio ieri – i fake reportage di pseudo influencer che tentano di negare l’evidenza della carestia, sfidando persino i rapporti ONU. È la beffa dopo il danno, la manipolazione della realtà dopo la distruzione.

Dobbiamo ricordare che la storia tormentata di quei territori non inizia il 7 ottobre. Le radici di questo conflitto affondano in decenni di occupazione, in intricate questioni religiose ed economiche. È un quadro complesso, che va letto all’interno di una situazione geopolitica aggrovigliata da decenni.

Ma la complessità non deve paralizzarci.

Le poche, tremende immagini che filtrano sono sufficienti a farci comprendere che esiste un disegno preordinato che va ben oltre la legittima difesa e la liberazione degli ostaggi. Si intravede l’ombra dello sterminio di un popolo, dell’azzeramento definitivo dell’opzione “due popoli, due stati”, della cancellazione della Palestina dalla mappa e dalla storia.

Di fronte a tutto questo, io non riesco più a tacere.

MAI PIU’! quante volte l’abbiamo ripetuto studiando la storia del Novecento. Eppure, oggi, sotto i nostri occhi, l’orrore si ripete. In situazioni di questo tipo delegare il nostro pensiero ai rappresentanti politici non è più sufficiente, anzi è necessario smuoverli dal loro attendismo. Tocca a noi cittadini, intellettuali, docenti, studenti, lavoratori, madri e padri, alzare lo sguardo e dire: BASTA!

Dobbiamo farlo mettendoci la faccia, per alimentare una speranza, per dire al mondo che, nonostante tutto, crediamo ancora che ci possa essere un futuro. Un futuro di dignità, di diritti e di pace per tutti.

 

 

 

Professore Ordinario di Urbanistica Dipartimento di Architettura Università G. d'Annunzio Chieti-Pescara
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