CITTÀ NEL CAOS: IL PROSSIMO LIBRO
C’è un momento, mentre scrivi un libro, in cui smetti di controllarlo e cominci a inseguirlo.
Con Città nel caos quel momento è arrivato presto. Avevo cominciato a scriverlo come un sequel di Hypercity, il mio precedente libro: stesso tema, stesso approccio, stesso pubblico. Poi il mondo ha accelerato. Le guerre sono entrate nelle città. I chip sono diventati geopolitica. L’intelligenza artificiale ha smesso di essere il futuro e ha cominciato a essere il presente. A un certo punto ho capito che stavo scrivendo un libro diverso da quello che avevo in mente. Più urgente. Più necessario. E spero più interessante.
Città nel caos uscirà nelle librerie in autunno per Franco Angeli. Ha un’ambizione diversa rispetto a Hypercity: non più solo descrivere le città dell’intelligenza artificiale, ma capire cosa succede a quelle città quando il mondo intorno a loro va in pezzi.
Il sottotitolo dice tutto: Come sopravvivere al futuro tra guerre, crisi climatiche e intelligenza artificiale.
Non è un libro pessimista, tutt’altro. È un libro che vuole capire e che lascia aperta una porta. Il futuro non è già scritto: lo possiamo scrivere noi, ora.
Non voglio “spoilerarvi” il libro. Preferisco farvene assaporare un piccolo assaggio. Ecco come comincia:
PROLOGO — La città brucia
Luglio 2037. Ore 3:17.
Il caldo ha un odore. Non lo insegnano a scuola, non lo scrivono nei libri di meteorologia.
Ma chi quella notte era sveglio — e a Vissara lo erano in molti — lo sapeva già: il caldo
ha un odore preciso quando supera i quaranta gradi per il quinto giorno di fila. È l’odore
dell’asfalto che non si è mai raffreddato, nemmeno di notte, nemmeno alle tre del
mattino. Un odore grasso, pietroso, vagamente dolciastro. L’odore di una città che sta
sudando nel buio.
Vissara. Centoventimila abitanti. Italia centrale, sul mare. Una di quelle città che i giornali
chiamano “medie”: né abbastanza grandi da essere considerate importanti, né
abbastanza piccole da non essere considerate. Una città normale, come ce ne sono
tante in questo Paese.
Quella notte, Vissara dormiva male.
L’interruzione arrivò alle 3:32. Non fu un’esplosione, non fu una scossa o un lampo.
Fu semplicemente il buio: il tipo di buio che nelle città moderne non esiste quasi mai,
quello in cui non vedi letteralmente la tua mano davanti alla faccia. In un attimo, i
condizionatori ammutolirono. I frigoriferi smisero di ronzare. Le luci di emergenza dei
condomini — quelle che avrebbero dovuto accendersi automaticamente — in molti edifici
non si accesero affatto, perché le batterie non erano state sostituite da anni, perché le
ispezioni erano saltate, perché c’era sempre qualcosa di più urgente.
Rimase solo il caldo. Adesso senza nemmeno il rumore dei ventilatori a coprirlo.
In via della Repubblica, al quarto piano di un palazzo del 1973, la signora Carla Di Felice,
ottantadue anni, vedova, si svegliò di soprassalto. Aveva dormito male per cinque notti,
con l’aria condizionata al minimo per risparmiare: la bolletta di giugno era stata una follia,
e quella di luglio si annunciava peggio. Si sedette sul bordo del letto nel buio totale. Sentì
l’aria ferma, immobile, densa come qualcosa che si può quasi mordere. Pensò: adesso
chiamo Marco. Poi si ricordò che erano le tre di notte. E pensò che forse fosse meglio
aspettare.
Aspettò.
Questo è l’inizio. Quello che viene dopo – il blackout gestito da un sistema di intelligenza artificiale, il video falso che convince i cittadini a restare a casa, la catena di decisioni che nessun essere umano ha controllato davvero – è il libro.
Da quella scena notturna Città nel caos attraversa quattro grandi temi:
Il mondo che cambia. Le guerre che dal 2022 hanno ridisegnato la geografia del potere. Il trumpismo come sintomo di qualcosa di più profondo. La fine della pax americana e quello che viene dopo. L’Europa che può ancora scegliere, ma deve farlo in fretta.

La rivoluzione silenziosa. La guerra dei chip. L’intelligenza artificiale generativa che ridisegna chi comanda nelle città. La disinformazione come arma urbana, le deepfake nelle emergenze, gli algoritmi che imparano a discriminare i poveri, il grande inganno che ci circonda ogni giorno.
Il pianeta urbano. Le megalopoli che crescono di duemila persone al giorno. I borghi italiani che si svuotano in silenzio, casa dopo casa. Il paradosso europeo: le città come soluzione possibile e problema irrisolto allo stesso tempo.
Chi governa il futuro? La domanda che aspettava risposta. Il bias algoritmico. La nuova governance urbana. L’Europa come laboratorio, con tutti i suoi limiti e le sue irripetibili opportunità.
Chi ha letto Hypercity troverà qualcosa di familiare e qualcosa di nuovo. Familiare: il ragionamento critico, i dati, le note analitiche di chi fa il mio mestiere. Nuovo: il prologo e l’epilogo scritti come scene di un romanzo, con personaggi e dialoghi. Un ritmo narrativo che ho inseguito a lungo e che, finalmente, mi sembra di aver trovato. Non è un romanzo. Non è un saggio. È qualcosa nel mezzo e sono convinto che sia esattamente la forma giusta per questo libro.
Arrivato a questo punto della mia carriera, della mia vita potrei dire, ho messo a fuoco un mio desiderio: scrivere. E lo voglio fare per tutti, non solo per gli addetti ai lavori.
Per anni ho scritto libri nei ritagli di tempo della mia attività accademica: gli impegni di governance, la didattica, la ricerca, la rappresentanza istituzionale… Ho amato profondamente il mio lavoro. Ma ho anche rimpianto il tempo sottratto alla lettura e soprattutto alla scrittura. Con Città nel caos mi sono concesso qualcosa di nuovo: scrivere senza il peso della VQR, senza dover dimostrare niente a nessuna commissione di valutazione, senza il formato imposto dalla produzione scientifica accademica. Scrivere semplicemente per il piacere di farlo. Per raccontare qualcosa che sento importante per capire il mondo in cui viviamo.
Se funzionerà… me lo direte voi.




