19 Ottobre 2026

IL TEMPO GIUSTO DELLA CITTA’: CONFRONTO SULL’URBANISTICA E LE GRANDI SFIDE DEL FUTURO

Di seguito è riportato il testo integrale dell’intervento al convegno «Pescara da grande. Confronto sull’urbanistica fra recupero, sviluppo, cambiamenti climatici e diritto alla casa», Pescara, 16 ottobre 2026.

Troppo in fretta, oppure mai

Il titolo di questo mio intervento è anche la sua tesi. Parto da una constatazione che ha poco di accademico e molto di esperienza: le città sbagliano. Sbagliano perché sono fatte da esseri umani, e gli esseri umani, nell’arte di sbagliare, hanno raggiunto una maestria che nessun’altra specie può vantare.

Ma se si osservano da vicino gli errori urbani, quelli che restano sul suolo per generazioni, si scopre una cosa curiosa. Raramente una città sbaglia perché non sa che cosa dovrebbe fare: le diagnosi, di solito, sono note da tempo, depositate negli strumenti urbanistici, nelle relazioni tecniche, perfino nelle tesi di laurea. La città sbaglia perché fa le cose nel tempo sbagliato. Troppo in fretta, oppure mai.

Il tempo è la variabile che l’urbanistica ha sempre maneggiato con un certo imbarazzo. Siamo abituati a giudicare un progetto per ciò che prevede; molto più di rado lo giudichiamo per il momento in cui arriva. Eppure la stessa identica scelta, anticipata di dieci anni o rinviata di dieci, può trasformarsi da intuizione felice in errore difficile da riparare.

Il ragionamento che propongo si muove su due livelli.

Il primo è generale: le sfide del futuro che nessuno strumento urbanistico, da qui in avanti, potrà più eludere. Il secondo è locale: Pescara, le occasioni che ha mancato e quelle che ha ancora davanti. Per passare da uno all’altro mi servirò di un ponte, che nella nostra realtà ha un nome preciso.

Prima di cominciare, però, devo fare un atto di onestà intellettuale.

Parlare dal tavolo di un convegno è facile: si indicano soluzioni, si disegnano visioni, si può addirittura strappare qualche applauso, se si è bravi nell’arte oratoria. Governare è un’altra cosa. Vuol dire prendere decisioni, fare i conti con una realtà complessa, rispondere a chi ti ha votato e, qualche volta, quindi, sbagliare. Di questo va dato atto a chi amministra. La posizione di chi non amministra, come la mia, o di chi siede all’opposizione, è sempre più comoda: lo dimostra la ricca aneddotica dei leader che, passati dai banchi dell’opposizione a quelli del governo, si guardano bene dal ripetere ciò che sostenevano prima. Giorgia Meloni ne ha fornito, suo malgrado, un repertorio che la rete conserva con implacabile cura. Quello che segue va letto con questa avvertenza: è il punto di vista di chi osserva, non di chi decide.

Che cosa chiediamo a chi progetta la città

Partiamo dal primo livello. Quali sono le sfide della città del futuro? Resto nel campo che conosco, quello dell’urbanistica, sapendo bene che ce ne sono altre altrettanto decisive: il welfare, la sanità, l’immigrazione, la sicurezza, i salari, il costo della vita. Le sfide urbanistiche che considero principali possono essere sintetizzate in quattro categorie; per ciascuna porrò la stessa domanda: che cosa chiediamo a chi progetta la città del futuro?

Il clima

Per secoli le città hanno imparato a difendersi dal freddo. Muri spessi, finestre piccole, isolati compatti, strade strette che spezzano il vento: buona parte della forma della città europea è una strategia di sopravvivenza all’inverno. Il secolo che abbiamo davanti ci chiede invece di difenderci dal caldo, e non siamo attrezzati. Asfalto, pietra e cemento accumulano energia di giorno e la restituiscono di notte. È il fenomeno noto come isola di calore urbana, descritto nei suoi fondamenti fisici già più di quarant’anni fa (Oke, 1982): per questo la città resta più calda della campagna che la circonda proprio nelle ore in cui il corpo avrebbe bisogno di riposare.

Il caldo, inoltre, crea diseguaglianze. Chi può si compra il fresco; chi non può resta sotto il sole. E c’è un paradosso fisico che rende l’ingiustizia ancora più sottile: il condizionatore non elimina il calore, lo sposta. Raffresca l’interno di chi se lo può permettere scaricando aria calda sulla strada, cioè su chi in quel momento la sta percorrendo a piedi. L’ombra di un albero fa l’esatto contrario: non consuma energia, non scarica calore su nessuno, funziona per chiunque le passi sotto. È il più democratico dei condizionatori.

A chi progetta chiediamo dunque ombra, verde, acqua, spazi pubblici capaci di adattarsi: suoli che bevono la pioggia invece di respingerla verso le fognature.

Il suolo

Per cent’anni l’urbanistica è stata l’arte di far crescere la città. Con l’obiettivo dell’azzeramento del consumo di suolo, che l’Unione europea ha fissato al 2050 (Commissione europea, 2011) e che i rapporti annuali del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente (SNPA, 2025) misurano con puntualità sempre meno rassicurante, diventa l’arte di farla cambiare restando dov’è.

Non è un aggiustamento tecnico: è un capovolgimento del valore delle cose. Il campo fuori città smette di essere una promessa, la riserva di rendita su cui si sono costruite le fortune e le sfortune di intere generazioni di piani regolatori. Ogni vuoto dentro la città, viceversa, diventa una risorsa, l’ultima risorsa non rinnovabile che abbiamo. Non è una metafora: un suolo fertile impiega secoli a formare pochi centimetri, e si sigilla in un pomeriggio.

A chi progetta o a chi siede nei tavoli decisionali chiediamo di trattare ogni vuoto come un’occasione irripetibile, che non torna.

La casa

L’attuale crisi della casa – al contrario di quella del dopoguerra –  si presenta come un paradosso: mancano le case in città piene di case non utilizzate. Appartamenti chiusi, stanze sfitte, edifici dismessi o usati a metà. Il problema non è quantitativo, non manca il costruito. Manca l’accesso.

Ne discende una conseguenza che dovrebbe guidare ogni politica abitativa: la prima risposta non è costruire altrove, ma rendere abitabile ciò che c’è già. A chi progetta chiediamo di dare priorità ai vuoti che stanno dentro i pieni. È quello che con una formula fin anche abusata chiamiamo “rigenerazione urbana”.

Il tempo

Ci hanno insegnato a misurare la città in chilometri. Penso sia arrivato il tempo di misurarla in minuti. Il cambio di unità di misura non è un vezzo: sposta il punto di vista dall’infrastruttura alla persona. Ogni ora passata in macchina è un pezzo di vita che la città ci toglie, e lo toglie soprattutto a chi non ha alternative.

La risposta istintiva, aumentare le infrastrutture, è anche la più smentita dai fatti. Più strade non riducono il traffico: nel lungo periodo lo inducono. È quella che due economisti americani hanno chiamato, con una certa ironia, la «legge fondamentale della congestione stradale»: nelle aree metropolitane statunitensi i chilometri percorsi sulle autostrade interstatali crescono in proporzione pressoché esatta ai chilometri di corsia costruiti (Duranton e Turner, 2011).

A chi progetta chiediamo semplicemente di restituirci il nostro tempo: la «città dei 15 minuti» (Moreno et al., 2021), in cui i servizi essenziali si raggiungono a piedi o in bicicletta, e la «città a 30 km/h», che alcune città europee e italiane hanno già adottato. Non sono slogan: sono due modi di rimettere il tempo delle persone al centro del progetto. Ed è il tempo, come vedremo, il filo che lega tutto il resto di questo ragionamento.

Il ponte: la Grande Pescara

Per passare al livello locale, percorriamo un ponte. Nella nostra realtà quel ponte si chiama “Grande Pescara”.

Nel 1927 Pescara nasce dall’unione di due città: la vecchia Pescara a sud del fiume, Castellammare Adriatico a nord. Il fiume, che per secoli era stato un confine, diventa in un colpo solo il cuore di una città sola. È uno dei rari casi in cui un elemento geografico cambia di significato per atto amministrativo: la stessa acqua, lo stesso alveo, ma da linea di separazione a spina dorsale.

Un secolo dopo ci prepariamo a rifarlo, con Montesilvano e Spoltore. Questa volta però non c’è nessun fiume da attraversare. C’è un confine che esiste soltanto sulle carte, e che i cittadini attraversano ogni mattina senza nemmeno accorgersene: per lavorare, per studiare, per fare la spesa. La Grande Pescara, diciamolo con franchezza, esiste già. La fanno ogni giorno le persone con i loro spostamenti, disegnando sul territorio una città che nessun decreto ha ancora riconosciuto. Sono le istituzioni a essere in ritardo, non i cittadini.

Il referendum e lo slittamento

A questo punto permettetemi un inciso. In questi giorni le cronache si occupano soprattutto di date: lo slittamento della fusione dal 2027 al 2029 deliberato dal Consiglio regionale e – cronaca di questi giorni – l’ipotesi di un secondo referendum.

Sul referendum sarò franco. Una consultazione popolare non è una partita a calcetto di cui si chiede la rivincita perché il risultato non ci è piaciuto. Se si ripropone la stessa domanda (magari formulata diversamente) sperando in una risposta diversa, non si stanno consultando i cittadini: se ne sta mettendo alla prova la pazienza.

Sullo slittamento, invece, confesso che mi interessa poco. Che cosa sono due anni nella vita di una città? Mi interessa moltissimo, piuttosto, come li useremo.

Due anni possono essere una condanna o un regalo.

Sono una condanna se li passiamo soltanto a sistemare la macchina amministrativa: uffici, bilanci, servizi da unificare. È lavoro necessario, ma se diventa l’unico lavoro si ricade nel pastrocchio della burocrazia, e alla fine ci sarà sempre qualcuno pronto a spiegarci che di anni ne servono altri due.

Sono un regalo se li usiamo per decidere, prima delle procedure, quale città vogliamo far nascere. E per deciderlo ascoltiamo i cittadini: le loro esigenze, le loro idee.

Perché le città non si fondono per decreto. Si fondono quando chi ci abita comincia a innamorarsi dell’idea.

È una questione di passione, e non uso la parola a caso. Un progetto che sento mio è un progetto di cui mi innamoro; e un progetto di cui mi innamoro, lo difendo. È il meccanismo che la letteratura sulla partecipazione descrive in termini più austeri, parlando di senso di appartenenza e di legittimazione delle scelte; ma la sostanza è questa, e chiunque abbia seguito un percorso partecipativo riuscito lo sa.

Ecco allora il tempo giusto di cui parlavo all’inizio: due anni sono pochi per costruire una città, ma bastano per immaginarla.

Un suggerimento ai decisori

A chi dovrà guidare questo processo mi permetto di suggerire una cosa sola, semplice da dire e forse difficile da fare (vedete che mi torna di nuovo utile l’atto di onesta intellettuale): mettere nel Piano di fusione una visione della città.

Vuol dire che prima delle procedure, prima degli atti amministrativi, prima ancora di chiederci chi sarà il Grande Sindaco della Grande Pescara, qualcuno deve aiutarci a immaginarla, questa nuova città. E a desiderarla, indicando le cose importanti che potrebbe fare per noi e che oggi, divisi in tre comuni, non riusciamo a fare. Fateci innamorare di questa nuova città: il resto, compresa la burocrazia, verrà di conseguenza.

Pescara, la città delle «ex»

Arriviamo finalmente al livello locale. Pescara è la città delle «ex»: l’ex area di risulta della ferrovia, l’ex FEA, l’ex tracciato ferroviario (che a questo punto chiamerei anche ex Strada Parco), l’ex COFA, l’ex cementificio. L’elenco potrebbe continuare con le ex caserme, e chi conosce la città saprebbe allungarlo a piacere.

Quando ne parlo con i miei studenti noto sempre la stessa reazione: le vedono come un difetto, cicatrici che la città non riesce a rimarginare. Io propongo loro di guardarle da un’altra angolazione. Un’area «ex» è il segno di una città viva. Le città morte non hanno «ex»: hanno rovine, ruderi o al più musei.

Pescara ha meno di cent’anni. È cresciuta in fretta, si è rialzata dalle macerie della guerra, cambia pelle a ogni generazione. Guido Piovene, nel suo Viaggio in Italia, lo disse senza giri di parole: «la più americana delle città italiane» (Piovene, 1957). Lo era, e in parte lo è ancora, proprio per questa attitudine nel trasformarsi. Le sue aree dismesse sono la traccia di questa mobilità: funzioni che la città ha superato più in fretta di quanto riuscisse a sostituirle.

Trasformarsi non è riempirsi

Il problema, dunque, non è l’esistenza delle aree «ex». Il problema comincia dopo. Perché tra una città che si trasforma e una città che semplicemente si riempie c’è una differenza enorme.

Negli anni ho visto almeno tre modi sbagliati di riempire un’area «ex».

Il primo è la fretta del bando: si riempie con ciò che è finanziabile, non con ciò che serve. La scadenza del bando detta il calendario, e il calendario finisce per dettare anche il contenuto.

Il secondo è la funzione giusta nel posto sbagliato: in quel vuoto si mette la prima cosa che capita in mano in quel momento. Può essere un’ottima cosa, in sé; semplicemente non è quella che quel luogo avrebbe dovuto ospitare.

Il terzo è l’opposto dei primi due: il congelamento. Nessuno decide, e per decenni non succede nulla. Il vuoto resta vuoto, sottoutilizzato, in attesa di un’idea che non arriva.

Se ci si pensa, stiamo ancora parlando di tempo. I primi due errori sono figli della fretta, il terzo dell’inerzia: troppo in fretta, oppure mai. Esiste però una quarta strada, ed è la più difficile: riempire bene.

La quarta strada

Riempire bene non significa soltanto costruire. I materiali con cui si riempie un vuoto non sono più soltanto quelli del Novecento: il cemento, il mattone, l’asfalto, l’acciaio. Sono anche il verde, gli alberi, l’acqua, i suoli permeabili, le piazze, gli spazi di relazione, le reti ciclabili, gli spazi sociali.

C’è un pregiudizio duro a morire, secondo cui un’area è «valorizzata» solo quando vi sorge un edificio, e un parco sarebbe una specie di rinuncia, un vuoto lasciato vuoto. È vero il contrario. Un parco, pensato bene, è un modo di riempire; molto spesso il migliore, perché risponde insieme alla sfida del clima e a quella del suolo, e restituisce alle persone ciò che la città dei chilometri ha tolto loro: tempo e luoghi d’incontro.

Gli esempi pescaresi su cui esercitare questo sguardo non mancano: dalle aree di risulta all’area Di Bartolomeo. Ma ce n’è uno che, più di tutti, merita di essere raccontato.

L’ex COFA

Il caso dell’ex COFA è forse il più emblematico, perché è lo specchio di un modello. Lo conosco bene da due punti di vista: dall’interno, come professore dell’Università che ne è protagonista; dall’esterno, come urbanista che studia la propria città e ne ha a cuore il destino.

L’ex mercato ortofrutticolo è con ogni probabilità l’area più pregiata tra quelle dismesse di Pescara. Non per la sua estensione, ma per la sua posizione: è la cerniera tra il fiume, il porto turistico e la città, un tratto di waterfront che le città d’acqua di mezza Europa ci invidierebbero. È esattamente il tipo di vuoto che, come dicevo, andrebbe trattato come un’occasione che non torna. Dove non si può sbagliare.

Prima ipotesi: il trasferimento del Polo Universitario di viale Pindaro

Qualche anno fa, lo ricorderete, si discusse di trasferire all’ex COFA l’intero Polo universitario di viale Pindaro. Mi opposi, anche pubblicamente, alle decisioni che la mia Università intendeva assumere, argomentando la mia contrarietà in un articolo dal titolo volutamente poco diplomatico: Trasferire il Polo universitario di Pescara nell’area ex COFA? No grazie (Fusero, 2019). Credetemi, non è facile: servono spalle grosse e mente libera.

Quell’ipotesi poi tramontò. Richiedeva uno scambio con la Regione, che avrebbe dovuto portare i propri uffici a Pindaro, ma fu agevole dimostrare che non c’erano le condizioni e, soprattutto, non c’erano gli spazi per ospitare le funzioni.

Seconda ipotesi: il progetto EASSITECH

Oggi non si parla più di trasferire il Polo, ma di realizzare sull’area un centro di ricerca, grazie a un finanziamento legato alla stagione del PNRR. Il progetto è cambiato. Il metodo no.

Nel 2022, nel Consiglio di amministrazione del mio Ateneo, votai tre volte contro questa decisione. Unico voto contrario. La delibera, ovviamente, passò. Non era un voto contro la mia Università, e nemmeno contro quel progetto in sé: era un voto contro la scelta di localizzarlo lì. Le ragioni le resi pubbliche nello stesso momento, in un articolo intitolato Una riflessione sul PNRR a partire dalla vicenda ex COFA a Pescara (Fusero, 2022). Lo richiamo non per vanità d’autore, ma perché chi legge sappia che quanto ho detto al convegno di oggi non è una posizione di circostanza: è ciò che sostengo, per iscritto e negli organi in cui siedo, da molti anni.

In quell’articolo osservavo tre cose. La prima: un’area di waterfront così strategica dovrebbe ospitare spazi aperti alla cittadinanza, mentre aule, uffici e laboratori universitari, per loro natura, non sono di libero accesso. La seconda: l’Ateneo dispone già, alle spalle del Polo Pindaro, di aree di proprietà che ne sarebbero la naturale espansione, e che insieme alla caserma dei Vigili del Fuoco e all’ex caserma Cocco potrebbero dar vita a un vero campus urbano, con residenze per studenti, foresteria, mensa, spazi per le imprese nascenti. La terza, la più generale: il bando finanzia la costruzione, non la gestione, che resta per sempre a carico di chi ha costruito.

La domanda sbagliata

Dietro questa vicenda c’è un meccanismo che va oltre il caso specifico. Quando si apre un bando, la domanda che ci si pone è quasi sempre la stessa: c’è un finanziamento, che cosa possiamo fare per ottenerlo? La domanda giusta sarebbe un’altra: di che cosa ha bisogno questa città? Quando la prima domanda prende il posto della seconda, la logica del finanziamento prevale sul bisogno collettivo. E un progetto può arrivare a compimento non perché qualcuno lo abbia chiesto, ma perché aveva i requisiti per ottenere il massimo punteggio nel bando.

Ancora oggi, con un progetto finanziato per 18,5 milioni di euro, e quindi difficilissimo da fermare, resto convinto di due cose. I pescaresi, su quell’area, avevano bisogno di tutto fuorché di vedersela sottrarre dall’Università. E l’Università, in una fase così complessa per la finanza pubblica degli atenei, ha bisogno di molte cose, ma non di un centro di ricerca fronte mare. Il progetto per altro risale a cinque o sei anni fa, e i suoi costi andranno attualizzati (aumento del costo dei materiali, dell’energia, etc.); quindi si aprono due ipotesi ambedue non confortanti: o l’Università realizzerà solo parte del Progetto lasciando la restante parte incompiuta, oppure dovrà intervenire con nuovo capitale. Mi domando: se lo può permettere? Considerando poi che ci sarà un costo di gestione notevole per mantenere negli anni quella struttura. È la parte del conto che nessun bando paga.

Non è un problema pescarese

Vorrei essere preciso, per non essere frainteso. Il problema che ho descritto non è un problema pescarese. E non è il PNRR in sé, che resta un’occasione storica e senza precedenti per il Paese. Il problema è l’inversione dell’ordine delle priorità: prima il bando, poi la visione.

In questo siamo in ottima compagnia. Quando, tra qualche anno, faremo un bilancio serio del PNRR, chiedendoci che cosa è stato finanziato e quali benefici ha portato ai territori, ne vedremo delle belle. Troveremo molti interventi che non rispondevano ad alcun bisogno collettivo, ma che avevano semplicemente i requisiti per essere finanziati. Anche questa, a ben vedere, è una questione di tempo: è la fretta del bando, il primo dei tre modi sbagliati di riempire un vuoto, elevata a sistema nazionale.

Un tema che non si può tacere

C’è un attore che non posso non nominare, perché senza di esso tutto ciò che ho detto risulterebbe incompleto: l’intelligenza artificiale.

Ho parlato a lungo dei materiali con cui costruiamo le città: il cemento e l’asfalto del secolo scorso, il verde, l’acqua e i suoli permeabili di quello attuale. I materiali con cui costruiremo le città di domani saranno anche dati e algoritmi. Chi governa una città, da qui in avanti, se li troverà al tavolo delle decisioni, che lo voglia o no. È la grande partita su cui si stanno misurando Stati Uniti e Cina, e avrà conseguenze che oggi fatichiamo a immaginare: nel bene, se sapremo governare il processo; nel male, se ci limiteremo a subirlo.

Anche qui la questione è di tempo: arrivare troppo tardi a governare una tecnologia significa, di fatto, lasciare che sia lei a governare noi.

Quello dell’intelligenza artificiale applicata alle città è però un tema troppo importante per non citarlo, ma anche troppo complesso per trattarlo in coda a un intervento.

Con una punta di sfacciataggine, che spero mi verrà perdonata, rinvio tutti voi al mio nuovo libro in uscita alla fine di ottobre: Città nel caos. Come sopravvivere al futuro tra guerre, crisi climatiche e intelligenza artificiale, in cui provo a dargli lo spazio che merita.

Riferimenti bibliografici

Commissione europea (2011), Tabella di marcia verso un’Europa efficiente nell’impiego delle risorse, COM(2011) 571 definitivo, Bruxelles, 20 settembre 2011.

Duranton G., Turner M.A. (2011), “The Fundamental Law of Road Congestion: Evidence from US Cities”, American Economic Review, 101(6), pp. 2616-2652, doi: 10.1257/aer.101.6.2616.

Fusero P. (2019), Trasferire il Polo universitario di Pescara nell’area ex COFA? No grazie, 13 novembre 2019, https://www.paolofusero.it/riflessioni-sullidea-di-trasferire-il-polo-universitario-di-pescara-nellarea-ex-cofa/

Fusero P. (2022), Una riflessione sul PNRR a partire dalla vicenda ex COFA a Pescara, 21 febbraio 2022, https://www.paolofusero.it/universita-allex-cofa-2/

Moreno C., Allam Z., Chabaud D., Gall C., Pratlong F. (2021), “Introducing the ‘15-Minute City’: Sustainability, Resilience and Place Identity in Future Post-Pandemic Cities”, Smart Cities, 4(1), pp. 93-111, doi: 10.3390/smartcities4010006.

Oke T.R. (1982), “The energetic basis of the urban heat island”, Quarterly Journal of the Royal Meteorological Society, 108(455), pp. 1-24, doi: 10.1002/qj.49710845502.

Piovene G. (1957), Viaggio in Italia, Mondadori, Milano (collana «I Diamanti»).

SNPA (2025), Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici. Edizione 2025, Report ambientali SNPA 46/2025, Roma, ISBN 978-88-448-1279-9.

Un ringraziamento per l’invito è dovuto agli organizzatori, Piero Giampietro e Michela Di Stefano, a tutti i relatori e i partecipanti al dibattito.

Professore Ordinario di Urbanistica Dipartimento di Architettura Università G. d'Annunzio Chieti-Pescara
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