22 Settembre 2026

TAGLIARE LE ACCISE NON ACCORCIA LE DISTANZE

Il gasolio non è mai costato così tanto in Italia da quando esistono le serie storiche. E da settimane discutiamo di una sola cosa: quanti centesimi di accisa togliere, e a chi.

Lo capisco, sia chiaro. Quando una famiglia non arriva a fine mese non le si risponde con un piano trentennale. Per cui ben venga. Ma diciamo le cose come stanno: due miliardi di euro in sette mesi per abbassare temporaneamente di qualche centesimo un prezzo che viene deciso altrove è una follia. Soldi spesi per rendere il problema meno visibile, non per ridurlo.

La causa del problema stà in una decisione presa a fine febbraio, quando qualcuno ha pensato che si potesse aprire una guerra contro l’Iran e chiuderla in poche settimane. Guerra lampo, si diceva. Da allora lo Stretto di Hormuz, che era semplicemente un tratto di mare dove passavano le navi, è diventato la posta di un negoziato internazionale: trentatré chilometri di larghezza nel punto più stretto, da cui dipende una quota enorme del traffico mondiale di petrolio e altre merci strategiche. Ci si può discutere per anni, ma sul piano dei fatti, una scelta politica presa a cinquemila chilometri da qui è arrivata dentro il serbatoio di un pendolare abruzzese. E nessuno l’aveva messa nel conto.

Nel frattempo, da noi, la politica fa quello che ha imparato a fare meglio: parlare, anzi urlare alla pancia. Oggi si è concentrati su Vannacci, ieri su Grillo, domani sarà su qualcun altro. Ogni settimana una polemica che si consuma nell’arco di un telegiornale. Il guaio non è il chiasso: è che quel chiasso occupa lo spazio in cui dovrebbe stare la visione strategica. Le scelte energetiche si misurano in decenni, il ciclo della comunicazione in ore. Chi ragiona in ore non pianificherà mai in decenni, e noi abbiamo smesso da un pezzo di chiedere a chi ci governa di farlo.

Ma c’è una cosa che, in tutto questo rumore, non ho quasi mai sentito dire.

Lo stesso litro di benzina non costa uguale a tutti. Non per il reddito, ma per il luogo in cui si abita.

Nel centro di una grande città il caro gasolio è un problema fastidioso. Però c’è il tram, c’è l’autobus, c’è il negozio sotto casa, e “alla peggio” si può lasciare l’auto in garage, e andare a piedi o in bici, che fa pure bene. In un paese dell’Appennino non è un fastidio, è una tassa odiosa. Perché lì non esiste alcun modo di consumare meno: non puoi prendere il treno che non passa. Puoi solo pagare, o andartene.

È qui che una guerra lontana smette di essere politica estera e diventa urbanistica locale. Quasi la metà dei comuni italiani sta lontana dai servizi essenziali, e sono gli stessi che da anni perdono abitanti. Quando portare un genitore all’ospedale costa venti euro di carburante, la distanza smette di essere solo un disagio e diventa un calcolo.

Il conto di Hormuz, in Italia, lo paga per primo un paese di ottocento abitanti che nessuno nomina mai nei talk show. Ci avevate mai pensato?

Questa è la parte che mi interessa, da urbanista: le crisi globali non colpiscono un Paese in modo uniforme, colpiscono una geografia differenziata. E la nostra geografia l’abbiamo costruita noi, un piano regolatore alla volta, allontanando le case dai servizi e rinviando ogni scelta seria sull’energia, convinti che comprarla da chi la vendeva al minor costo fosse la soluzione. La chiamavamo interdipendenza globale. Era, invece, dipendenza bella e buona.

In questo panorama a tinte fosche, qualcosa si muove, in piccolo: le comunità energetiche, l’idea che un borgo possa produrre da sé una parte di ciò che consuma. Non risolvono il problema, sarebbe ingenuo dirlo. Ma almeno indicano una direzione per iniziare ad affrontare il problema, anziché anestetizzarlo.

Di tutto questo, di come le guerre e le crisi lontane ridisegnino i luoghi in cui viviamo, parlo nel nuovo libro che uscirà tra poche settimane.

Intanto, la prossima volta che facciamo il pieno, proviamo a cambiare domanda. Non quanto costa. Ma perché, dopo cinquant’anni di avvertimenti, dipendiamo ancora così tanto da decisioni prese da gente che non conosciamo, in posti di cui fino a ieri ignoravamo il nome?

Professore Ordinario di Urbanistica Dipartimento di Architettura Università G. d'Annunzio Chieti-Pescara
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