VOTO IN SASSONIA-ANHALT: NON CI RIGUARDA?
C’è un dettaglio, nelle cronache di domenica scorsa, che mi ha colpito. Non il 43,8% dell’AfD (partito di estrema destra), non il crollo dal 37 al 17% della CDU (partito conservatore di centro destra che guida l’esecutivo nazionale). Ma l’affluenza: 80%. La più alta mai registrata in quel Land. Le persone, in Sassonia-Anhalt, non sono rimaste a casa per disinteresse. Sono uscite in massa, e hanno scelto.
Ho sottolineato questo dettaglio perché smonta la lettura più comoda, quella a cui si ricorre sempre quando succede qualcosa che non ci piace, come adesso: “è solo un voto di protesta, è solo astensionismo mascherato, è un Land piccolo, periferico, non rappresentativo”. Tutto vero, in parte. La Sassonia-Anhalt pesa poco sulla Germania. Non è la prima volta che l’Est tedesco premia le destre radicali. Ma un’affluenza record non è il sintomo di un elettorato distratto. È il sintomo di un elettorato che ha deciso, con convinzione, di andare in una direzione precisa.
Ma guardiamo cosa è successo dopo, perché è lì che ho iniziato a preoccuparmi.
Nelle prime letture del voto, da parte delle forze di governo tedesche, è tornata una frase che sento ripetere ogni volta che una sconfitta elettorale va spiegata in fretta: “dobbiamo comunicare meglio”, “dobbiamo colpire di più le emozioni dei cittadini”. Ed è un ragionamento che conosco, perché lo vedo tornare identico anche qui in Italia, ad esempio nelle cronache di questi giorni che ci riportano la rincorsa di alcune forze di governo verso il linguaggio di chi li ha improvvisamente scavalcati a destra.
È un ragionamento che, preso da solo, non fa una piega. Se il tuo elettorato si sposta verso chi parla alla pancia, un po’ di pancia forse serve anche a te, per farti ascoltare. Il problema è cosa succede se lo si segue fino in fondo.
Studio le città da tanto tempo e adesso mi tornano utili per fare un paragone, anche se parliamo di tutt’altro: una facciata si rifà in pochi mesi. Le fondamenta no. Per un po’, dall’esterno, un edificio con la facciata appena rifatta sembra identico a uno con le fondamenta solide. La differenza la vedi solo quando arriva una sollecitazione importante, inaspettata. Una scossa.
I principi che un partito dice di difendere — l’uguaglianza, i diritti, l’idea che esistano dei limiti che non si possono valicare per convenienza elettorale — sono le fondamenta. Il linguaggio con cui li si comunica è la facciata. Il problema non è ritoccare la facciata. Succede da sempre, ed è anche giusto che sia così: comunicare meglio non è una colpa. Il problema è quando, per rifare la facciata, si comincia a copiare lo stile di chi quelle fondamenta le vuole tirare giù.
Perché il linguaggio dei movimenti populisti che promettono scorciatoie non è un vestito che si può indossare e togliere a piacimento. È fatto di semplificazioni, nemici da indicare, promesse impossibili da mantenere. È efficace proprio perché non ha vincoli. Chi ha dei principi da difendere, invece, quei vincoli ce li ha per definizione, e nel momento in cui prova a liberarsene per “farsi capire meglio”, non sta vincendo sul terreno dell’avversario. Sta giocando una partita che può solo perdere: tra un originale e una sua imitazione più cauta, chi cerca risposte semplici sceglie l’originale. E questo vale sia per i partiti di centro destra che per quelli di centro sinistra.
Non ho proposte alternative da mettere sul tavolo, e guardo con sospetto chi ne tira fuori il giorno dopo un’elezione persa: di solito è proprio lì che comincia il ragionamento che ho appena descritto.
Mi tengo alcune domande: cosa resta della politica quando viene sopraffatta dalla comunicazione? Come cambia la comunicazione con i social e l’intelligenza artificiale? Cosa succede quando persino i custodi dei principi smettono di credere nella loro forza e usano le stesse scorciatoie di chi quei principi vuole demolire?
Non lo so… Ma sono le domande con cui sono andato a dormire, la sera di quel voto.