1. RAPPORTI INTERNI ED ESTERNI DELL’ATENEO

Questa pagina è dedicata ad illustrare la PRIMA PARTE del mio programma elettorale, quella che riguarda i rapporti interni ed esterni dell’Ateneo. Si può guardare la breve video-intervista in cui riassumo i principali concetti chiave, scaricare il documento completo in formato PDF oppure leggere, direttamente sulla pagina, i quattro paragrafi di cui si compone questa prima parte del programma. Chiedo a tutti coloro che sono interessati di interagire attraverso l’invio di commenti o suggerimenti che mi aiuteranno ad integrare il documento arricchendolo di nuovi spunti. A tutti un ringraziamento per l’attenzione.

Rapporti interni ed esterni dell’Ateneo – i quattro punti:

Uno degli interventi più urgenti nella nostra Università è quello di riportare un clima di serenità e rispetto tra le diverse componenti del personale strutturato e non: docenti, tecnici, amministrativi, bibliotecari, CEL, cooperative. In questi ultimi anni si è assistito a una progressiva disaggregazione dello spirito di appartenenza all’istituzione universitaria di queste categorie, prese di mira da uno stillicidio di provvedimenti (spesso giustificati dal rispetto di norme sovraordinate) che però nella loro attuazione, nei metodi di applicazione e anche nei modi di comunicazione, hanno assunto talvolta addirittura le sembianze di veri e propri atteggiamenti persecutori. Molti dipendenti, a livello individuale o di categoria, si sono trovati addirittura coinvolti in vicende amministrative più o meno complesse dove la controparte era la loro stessa Università. Questo non deve più accadere!

Nel rispetto reciproco dei ruoli e delle responsabilità oggettive, lo scollamento tra vertici universitari e personale dipendente (docenti o t.a.) deve essere scongiurato con ogni forza. Ciò non significa assumere posizioni di comodo populistiche per ottenere facili consensi, soprattutto quando non si hanno responsabilità di governo: so bene che molte questioni importanti che hanno determinato accese conflittualità interne (IMA, CEL, lettere di messa in mora, liste di proscrizione, etc.) sono diatribe la cui soluzione tecnica è articolata e certamente molto complessa. Ma questo non giustifica in alcun modo, da parte di chi detiene il potere, l’assunzione di posizioni arroganti, impositive e di rifiuto al dialogo.

Il confronto continuo con il personale, anche attraverso tavoli organizzati, deve essere alla base di qualsiasi decisione strategica assunta dai vertici universitari: dalle questioni citate ad altre quali la valutazione delle performance e l’uso che se ne farà in termini di premialità individuali e collettive, la rotazione dei segretari amministrativi dei Dipartimenti, i trasferimenti di personale nella pianta organica, etc. Il rapporto con i sindacati deve essere ristabilito nella normalità delle sue funzioni: con la giusta distinzione dei ruoli, ma anche con il doveroso rispetto reciproco che è alla base di ogni comunità lavorativa “normale”.

Il risultato di questi ultimi anni di conflittualità interne ha prodotto la demotivazione del personale, la perdita di fiducia gli uni negli altri, sfiorando talvolta persino la diffidenza reciproca. Il sentimento di demotivazione ha colpito non solo il personale tecnico-amministrativo, ma anche i docenti. La sensazione di “non avere l’Ateneo al proprio fianco”, di non poter contare sul suo sostegno nei momenti di difficoltà, è purtroppo una percezione diffusa, anche in virtù dei complessi adempimenti burocratici imposti dall’adeguamento alle recenti normative nazionali. I nuovi regolamenti si sono moltiplicati, e con essi le procedure informatiche di controllo e gestione delle attività didattiche e di ricerca. Se inizialmente molti di noi hanno guardato con favore verso questo “new deal” universitario, che sembrava essere il preludio per un rinnovamento dell’obsoleta macchina accademica, ben presto ci siamo accorti che le procedure stavano strabordando, assorbendo sempre più energie e inibendo di fatto la capacità innovativa dei contenuti.

Il rapporto conflittuale tra i vertici di Ateneo e il personale non può che avere conseguenze anche nella relazione con gli studenti. Basta dare un’occhiata a cosa pubblicano sui social network, o ai loro giudizi sui corsi di Laurea, per rendersi conto della gravità del momento. Gli studenti sono la ragione stessa dell’esistenza dell’Università ed è pleonastico ricordare che a loro dobbiamo dedicare il massimo dell’impegno nella predisposizione di un’offerta formativa adeguata e di un sistema di servizi conforme alle loro necessità.   Meno banale è capire che il senso di appartenenza alla nostra istituzione universitaria parte proprio da loro ed è la conditio sine qua non per il raggiungimento di qualsiasi obiettivo di miglioramento delle nostre performance accademiche. Naturalmente questo spirito di appartenenza va conquistato giorno dopo giorno attraverso un approccio inclusivo e partecipato. Gli strumenti per ascoltare la voce degli studenti ci sono: rappresentanze nei vari organi accademici, consulte, commissioni paritetiche, etc. Bisogna solo farne buon uso e affrontare le disfunzioni al loro insorgere, prima di farle diventare problemi. Qui non ci sono ricette particolari, se non il “buon senso” e l’impegno di tutti per la risoluzione delle inefficienze, ciascuno per la propria parte di competenza, nel pieno rispetto e nella piena conoscenza delle difficoltà del lavoro altrui.

Un capitolo a parte meritano i temi del diritto allo studio, dei servizi mensa e foresteria, e più in generale del rapporto degli studenti della nostra Università con il territorio che li accoglie. Su molti di questi temi l’Università non è l’attore protagonista – considerando gli ambiti di competenza che le sono attribuiti – lo sono invece l’ADSU (Azienda per il Diritto allo Studio) e gli Enti locali; è importante, tuttavia, che l’Università svolga un ruolo di impulso e di stimolo, affinché il concetto di Città Universitaria riferito a Chieti e Pescara non sia uno slogan sterile, ma un obiettivo strategico condiviso. E questo deve necessariamente passare attraverso interventi strutturali importanti, che rendano più attraente e confortevole la vita dello studente universitario nel nostro territorio, ma anche attraverso più semplici politiche virtuose per facilitare la quotidianità degli studenti nelle nostre città (agevolazioni nei servizi di fruizione, organizzazione di specifiche attività collaterali allo studio, facilitazioni amministrative, etc.).

Una delle sfide più importanti per il nostro Ateneo negli anni a venire sarà misurata nella capacità di “fare sistema” con il territorio di appartenenza: mettendo a disposizione da un lato le competenze scientifiche per il raggiungimento di obiettivi di competitività territoriale, e dall’altro svolgendo un ruolo di stimolo per la comunità locale. Il rapporto con il territorio può essere l’occasione non solo per fare fundraising (anche attraverso la capacità di intercettare finanziamenti europei), ma soprattutto per implementare piattaforme di ricerca multidisciplinari che coinvolgano tutti i Dipartimenti del nostro Ateneo.   Fare sistema deve diventare il nostro “mantra”: portare l’innovazione, che è propria del sistema universitario al servizio del territorio, per raggiungere obiettivi di competitività in grado di offrire nuove prospettive ai nostri giovani laureati, con ricadute positive sulle nostre comunità locali. Troppo spesso all’Università è stato rimproverato di non aver saputo assumere un ruolo incisivo sulle politiche di sviluppo delle nostre città e dei nostri territori.

Io penso che sia giunto il momento di assumerci queste responsabilità, di affermare il nostro ruolo di supporto scientifico alle politiche territoriali, di agire da stimolo culturale per la società in cui viviamo, e all’occorrenza anche di essere critici in modo costruttivo rispetto alle scelte politiche che riguardano la sfera delle nostre competenze. L’Università che ci piace è al fianco degli enti locali, delle forze economiche e culturali, delle associazioni di categoria e dei cittadini, consapevoli dell’importanza del ruolo di ciascuno, per il raggiungimento di quegli obiettivi di sviluppo sostenibile che oramai non sono più una scelta, bensì un passaggio obbligato per il futuro delle nostre città e dei nostri territori.

Il campus di Chieti è un efficace polo di attrazione della nostra Università e della città. Negli anni è cresciuto e si è integrato con la città bassa (Chieti Scalo) fino a diventarne parte integrante. Più complessi sono i rapporti con la città alta, che solo di recente si è cercato di migliorare attraverso un Accordo di Programma che vede la compartecipazione dell’Università insieme all’Agenzia del demanio, la Regione Abruzzo, la Provincia ed il comune di Chieti a un progetto di trasformazione dell’ex caserma Bucciante in un polo culturale pubblico che potrà assumere un ruolo strategico nel cuore della città storica.  Anche il Polo didattico di viale Pindaro a Pescara è interessato da un’idea progettuale di riqualificazione urbana, sancita da un Protocollo di Intesa tra Università e Comune, che coinvolge alcune strutture esistenti della città, come la caserma dei Vigili del fuoco e l’ex Caserma Cocco, oltre ad altre aree limitrofe al Polo Pindaro tra cui quelle oggetto dell’accordo di Programma del Polo Universitario-Giudiziario dove a breve inizieranno i lavori per la realizzazione della nuova Biblioteca universitaria.

Le prospettive di questi due progetti di riqualificazione urbana che coinvolgono le sedi universitarie di Chieti e Pescara sono interessanti sotto il profilo dell’integrazione con le città e dei servizi agli studenti che ne possono derivare. Queste iniziative, ovviamente, hanno necessità di essere valutate con attenzione dagli Organi preposti dal punto di vista dei contenuti funzionali, degli impegni economici, nonché delle modalità attuative, ai fini di garantire l’interesse primario dell’Università, avendo ben presente che sia per il Campus di Chieti che per il Polo didattico di Pescara le priorità negli interventi edilizi devono essere rivolte alla manutenzione ordinaria e straordinaria delle strutture e degli impianti esistenti ancora oggi in grave sofferenza.

Non è importante solo “saper fare”, ma è diventato indispensabile anche “far sapere”.

Suscitando l’interesse dei media solo per vicende di cui avremmo volentieri fatto a meno – a cominciare da quelle oggetto di procedimenti giudiziari – in questi ultimi anni la nostra Università ha pagato il disinteresse verso le politiche di comunicazione e informazione con una perdita di attenzione adeguata da parte dei pubblici interessati e con un dannoso impoverimento del senso di appartenenza all’Istituzione.

Non siamo stati capaci di veicolare i risultati conseguiti dalle nostre eccellenze scientifiche, e non siamo nemmeno riusciti a far comprendere all’opinione pubblica l’importanza della presenza dell’Università sul territorio; abbiamo assistito passivamente alla costruzione di un’immagine negativa del nostro Ateneo legata solo al desolante clima di conflittualità interna tra i vertici e il personale.  E la responsabilità della diffusione di notizie negative non è certo dei giornalisti, che non hanno fatto altro se non il loro mestiere di cronisti.

Non si può quindi non rilevare una grave criticità nell’assenza di una narrazione comune e condivisa della nostra Università che ne sappia diffondere e rafforzare identità e valori. Si pone pertanto come necessaria, vista la chiusura dell’ex ufficio stampa Ud’A durante l’ultimo mandato rettorale, la nuova istituzione di un ufficio dedicato alla comunicazione e alle relazioni esterne per la messa a punto di strategie comunicative integrate, dalle quali non può prescindere una Università proiettata verso il futuro, e che siano rivolte ai nostri pubblici di riferimento: studenti, comunità accademica, interlocutori istituzionali, enti locali, associazioni di categoria, società civile, organi di stampa. Un vero e proprio servizio di comunicazione e di promozione dell’Università, che ne curi l’immagine e che sia in grado di veicolare attraverso tutti i media (stampa, televisioni, web, social network) le tante attività dei dipartimenti e dell’organizzazione centrale del nostro Ateneo.

ATENEO E PERSONALE

Uno degli interventi più urgenti nella nostra Università è quello di riportare un clima di serenità e rispetto tra le diverse componenti del personale strutturato e non: docenti, tecnici, amministrativi, bibliotecari, CEL, cooperative. In questi ultimi anni si è assistito a una progressiva disaggregazione dello spirito di appartenenza all’istituzione universitaria di queste categorie, prese di mira da uno stillicidio di provvedimenti (spesso giustificati dal rispetto di norme sovraordinate) che però nella loro attuazione, nei metodi di applicazione e anche nei modi di comunicazione, hanno assunto talvolta addirittura le sembianze di veri e propri atteggiamenti persecutori. Molti dipendenti, a livello individuale o di categoria, si sono trovati addirittura coinvolti in vicende amministrative più o meno complesse dove la controparte era la loro stessa Università. Questo non deve più accadere!

Nel rispetto reciproco dei ruoli e delle responsabilità oggettive, lo scollamento tra vertici universitari e personale dipendente (docenti o t.a.) deve essere scongiurato con ogni forza. Ciò non significa assumere posizioni di comodo populistiche per ottenere facili consensi, soprattutto quando non si hanno responsabilità di governo: so bene che molte questioni importanti che hanno determinato accese conflittualità interne (IMA, CEL, lettere di messa in mora, liste di proscrizione, etc.) sono diatribe la cui soluzione tecnica è articolata e certamente molto complessa. Ma questo non giustifica in alcun modo, da parte di chi detiene il potere, l’assunzione di posizioni arroganti, impositive e di rifiuto al dialogo.

Il confronto continuo con il personale, anche attraverso tavoli organizzati, deve essere alla base di qualsiasi decisione strategica assunta dai vertici universitari: dalle questioni citate ad altre quali la valutazione delle performance e l’uso che se ne farà in termini di premialità individuali e collettive, la rotazione dei segretari amministrativi dei Dipartimenti, i trasferimenti di personale nella pianta organica, etc. Il rapporto con i sindacati deve essere ristabilito nella normalità delle sue funzioni: con la giusta distinzione dei ruoli, ma anche con il doveroso rispetto reciproco che è alla base di ogni comunità lavorativa “normale”.

Il risultato di questi ultimi anni di conflittualità interne ha prodotto la demotivazione del personale, la perdita di fiducia gli uni negli altri, sfiorando talvolta persino la diffidenza reciproca. Il sentimento di demotivazione ha colpito non solo il personale tecnico-amministrativo, ma anche i docenti. La sensazione di “non avere l’Ateneo al proprio fianco”, di non poter contare sul suo sostegno nei momenti di difficoltà, è purtroppo una percezione diffusa, anche in virtù dei complessi adempimenti burocratici imposti dall’adeguamento alle recenti normative nazionali. I nuovi regolamenti si sono moltiplicati, e con essi le procedure informatiche di controllo e gestione delle attività didattiche e di ricerca. Se inizialmente molti di noi hanno guardato con favore verso questo “new deal” universitario, che sembrava essere il preludio per un rinnovamento dell’obsoleta macchina accademica, ben presto ci siamo accorti che le procedure stavano strabordando, assorbendo sempre più energie e inibendo di fatto la capacità innovativa dei contenuti.

ATENEO E STUDENTI

Il rapporto conflittuale tra i vertici di Ateneo e il personale non può che avere conseguenze anche nella relazione con gli studenti. Basta dare un’occhiata a cosa pubblicano sui social network, o ai loro giudizi sui corsi di Laurea, per rendersi conto della gravità del momento. Gli studenti sono la ragione stessa dell’esistenza dell’Università ed è pleonastico ricordare che a loro dobbiamo dedicare il massimo dell’impegno nella predisposizione di un’offerta formativa adeguata e di un sistema di servizi conforme alle loro necessità.   Meno banale è capire che il senso di appartenenza alla nostra istituzione universitaria parte proprio da loro ed è la conditio sine qua non per il raggiungimento di qualsiasi obiettivo di miglioramento delle nostre performance accademiche. Naturalmente questo spirito di appartenenza va conquistato giorno dopo giorno attraverso un approccio inclusivo e partecipato. Gli strumenti per ascoltare la voce degli studenti ci sono: rappresentanze nei vari organi accademici, consulte, commissioni paritetiche, etc. Bisogna solo farne buon uso e affrontare le disfunzioni al loro insorgere, prima di farle diventare problemi. Qui non ci sono ricette particolari, se non il “buon senso” e l’impegno di tutti per la risoluzione delle inefficienze, ciascuno per la propria parte di competenza, nel pieno rispetto e nella piena conoscenza delle difficoltà del lavoro altrui.

Un capitolo a parte meritano i temi del diritto allo studio, dei servizi mensa e foresteria, e più in generale del rapporto degli studenti della nostra Università con il territorio che li accoglie. Su molti di questi temi l’Università non è l’attore protagonista – considerando gli ambiti di competenza che le sono attribuiti – lo sono invece l’ADSU (Azienda per il Diritto allo Studio) e gli Enti locali; è importante, tuttavia, che l’Università svolga un ruolo di impulso e di stimolo, affinché il concetto di Città Universitaria riferito a Chieti e Pescara non sia uno slogan sterile, ma un obiettivo strategico condiviso. E questo deve necessariamente passare attraverso interventi strutturali importanti, che rendano più attraente e confortevole la vita dello studente universitario nel nostro territorio, ma anche attraverso più semplici politiche virtuose per facilitare la quotidianità degli studenti nelle nostre città (agevolazioni nei servizi di fruizione, organizzazione di specifiche attività collaterali allo studio, facilitazioni amministrative, etc.).

ATENEO E TERRITORIO

Una delle sfide più importanti per il nostro Ateneo negli anni a venire sarà misurata nella capacità di “fare sistema” con il territorio di appartenenza: mettendo a disposizione da un lato le competenze scientifiche per il raggiungimento di obiettivi di competitività territoriale, e dall’altro svolgendo un ruolo di stimolo per la comunità locale. Il rapporto con il territorio può essere l’occasione non solo per fare fundraising (anche attraverso la capacità di intercettare finanziamenti europei), ma soprattutto per implementare piattaforme di ricerca multidisciplinari che coinvolgano tutti i Dipartimenti del nostro Ateneo.   Fare sistema deve diventare il nostro “mantra”: portare l’innovazione, che è propria del sistema universitario al servizio del territorio, per raggiungere obiettivi di competitività in grado di offrire nuove prospettive ai nostri giovani laureati, con ricadute positive sulle nostre comunità locali. Troppo spesso all’Università è stato rimproverato di non aver saputo assumere un ruolo incisivo sulle politiche di sviluppo delle nostre città e dei nostri territori.

Io penso che sia giunto il momento di assumerci queste responsabilità, di affermare il nostro ruolo di supporto scientifico alle politiche territoriali, di agire da stimolo culturale per la società in cui viviamo, e all’occorrenza anche di essere critici in modo costruttivo rispetto alle scelte politiche che riguardano la sfera delle nostre competenze. L’Università che ci piace è al fianco degli enti locali, delle forze economiche e culturali, delle associazioni di categoria e dei cittadini, consapevoli dell’importanza del ruolo di ciascuno, per il raggiungimento di quegli obiettivi di sviluppo sostenibile che oramai non sono più una scelta, bensì un passaggio obbligato per il futuro delle nostre città e dei nostri territori.

Il campus di Chieti è un efficace polo di attrazione della nostra Università e della città. Negli anni è cresciuto e si è integrato con la città bassa (Chieti Scalo) fino a diventarne parte integrante. Più complessi sono i rapporti con la città alta, che solo di recente si è cercato di migliorare attraverso un Accordo di Programma che vede la compartecipazione dell’Università insieme all’Agenzia del demanio, la Regione Abruzzo, la Provincia ed il comune di Chieti a un progetto di trasformazione dell’ex caserma Bucciante in un polo culturale pubblico che potrà assumere un ruolo strategico nel cuore della città storica.  Anche il Polo didattico di viale Pindaro a Pescara è interessato da un’idea progettuale di riqualificazione urbana, sancita da un Protocollo di Intesa tra Università e Comune, che coinvolge alcune strutture esistenti della città, come la caserma dei Vigili del fuoco e l’ex Caserma Cocco, oltre ad altre aree limitrofe al Polo Pindaro tra cui quelle oggetto dell’accordo di Programma del Polo Universitario-Giudiziario dove a breve inizieranno i lavori per la realizzazione della nuova Biblioteca universitaria.

Le prospettive di questi due progetti di riqualificazione urbana che coinvolgono le sedi universitarie di Chieti e Pescara sono interessanti sotto il profilo dell’integrazione con le città e dei servizi agli studenti che ne possono derivare. Queste iniziative, ovviamente, hanno necessità di essere valutate con attenzione dagli Organi preposti dal punto di vista dei contenuti funzionali, degli impegni economici, nonché delle modalità attuative, ai fini di garantire l’interesse primario dell’Università, avendo ben presente che sia per il Campus di Chieti che per il Polo didattico di Pescara le priorità negli interventi edilizi devono essere rivolte alla manutenzione ordinaria e straordinaria delle strutture e degli impianti esistenti ancora oggi in grave sofferenza.

COMUNICAZIONE DI ATENEO

Non è importante solo “saper fare”, ma è diventato indispensabile anche “far sapere”.

Suscitando l’interesse dei media solo per vicende di cui avremmo volentieri fatto a meno – a cominciare da quelle oggetto di procedimenti giudiziari – in questi ultimi anni la nostra Università ha pagato il disinteresse verso le politiche di comunicazione e informazione con una perdita di attenzione adeguata da parte dei pubblici interessati e con un dannoso impoverimento del senso di appartenenza all’Istituzione.

Non siamo stati capaci di veicolare i risultati conseguiti dalle nostre eccellenze scientifiche, e non siamo nemmeno riusciti a far comprendere all’opinione pubblica l’importanza della presenza dell’Università sul territorio; abbiamo assistito passivamente alla costruzione di un’immagine negativa del nostro Ateneo legata solo al desolante clima di conflittualità interna tra i vertici e il personale.  E la responsabilità della diffusione di notizie negative non è certo dei giornalisti, che non hanno fatto altro se non il loro mestiere di cronisti.

Non si può quindi non rilevare una grave criticità nell’assenza di una narrazione comune e condivisa della nostra Università che ne sappia diffondere e rafforzare identità e valori. Si pone pertanto come necessaria, vista la chiusura dell’ex ufficio stampa Ud’A durante l’ultimo mandato rettorale, la nuova istituzione di un ufficio dedicato alla comunicazione e alle relazioni esterne per la messa a punto di strategie comunicative integrate, dalle quali non può prescindere una Università proiettata verso il futuro, e che siano rivolte ai nostri pubblici di riferimento: studenti, comunità accademica, interlocutori istituzionali, enti locali, associazioni di categoria, società civile, organi di stampa. Un vero e proprio servizio di comunicazione e di promozione dell’Università, che ne curi l’immagine e che sia in grado di veicolare attraverso tutti i media (stampa, televisioni, web, social network) le tante attività dei dipartimenti e dell’organizzazione centrale del nostro Ateneo.

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